Broccoli, l’”arma” che a tavola contrasta i danni del diabete
Una ricerca condotta da studiosi della University of Warwick e riportata su Journal of Diabetes rivela che mangiare verdura e
broccoli in particolare potrebbe curare i danni causati dal diabete ai vasi sanguigni del cuore.
Il segreto sarebbe in un composto che si trova nei broccoli, il sulforafano. Questo stimola la produzione di enzimi
che proteggono i vasi sanguigni e riduce le molecole che causano gravi danni alle cellule.
Era già risaputo che le verdure della famiglia delle crucifere, cui appartengono anche i broccoli,
apportano notevoli benefici all’organismo tanto che i consumatori abituali hanno un rischio inferiore di infarto e ictus.
I pazienti diabetici hanno un rischio cinque volte maggiore delle persone sane di sviluppare malattie cardiovascolari, a causa dei danni ai vasi sanguigni.
I ricercatori hanno dimostrato che il sulforafano induce una riduzione del 73% di una particolare molecola conosciuta
come ROS (Reactive Oxygen Species). I ROS sono molecole instabili di ossigeno, innescate nell’organismo da un certo numero
di fattori ambientali e di abitudini igieniche. L’iperglicemia, una condizione tipica del diabete, può provocare l’innalzamento
dei livelli del ROS anche di tre volte sopra la norma. L’integrazione di broccoli nella dieta può quindi avere un effetto
benefico per i pazienti affetti da diabete in quanto contrasta l’innalzamento dei livelli del ROS.
http://www.blogscienze.com/broccoli-larma-che-a-tavola-contrasta-i-danni-del-diabete/20080807
venerdì 8 agosto 2008
lunedì 4 agosto 2008
ESTATE-MARE-RISCHIO OTITE
Occhio alle orecchie
Paolo Giorgi *
Tempo d'estate. Di mare. E di otiti. Milioni di italiani fanno il bagno incuranti dei rischi per le orecchie. Il professor Gaetano Paludetti, direttore dell'Istituto di Clinica Otorinolaringoiatrica del Policlinico Gemelli, lancia l'allarme: "D'estate aumentano le otiti esterne, con dermatiti, foruncoli, infiammazioni
I pazienti si lamentano del dolore e del prurito". Colpa dell'acqua, o meglio della sporcizia che c'è ormai in quasi tutti i mari. "Facendo il bagno - spiega Paludetti - si viene a contatto con batteri, funghi, stafilococchi e sostanze inquinanti che entrano nelle orecchie, una delle zone più indifese e a rischio, e lì ristagnano creando infezioni superficiali". I batteri trovano nell'orecchio una casa ideale: l'acqua resta nelle cavità molto più a lungo, si insinua nelle deviazioni del condotto uditivo, e le infezioni hanno modo di prosperare, anche perché la pelle "in umido" è soggetta a macerazione più rapida, ed è più fragile.
"Intendiamoci - precisa Paludetti - a questo livello non è grave per l'udito, perché l'infezione è esterna. Però è dolorosa, dà fitte acute". Il rimedio? La rinuncia al mare e un antibiotico locale. Ma l'ideale è la prevenzione: "Bisogna sempre asciugare bene le orecchie - specifica l'otorino - e far uscire l'acqua quando si ha la sensazione che sia rimasta nei condotti. Magari risciacquando con acqua potabile a temperatura ambiente. Per chi è più predisposto, sarebbe il caso di ungersi l'interno delle orecchie con olio d'oliva o vaselina. I tappi possono avere effetti traumatizzanti e non garantiscono l'impermeabilità. È sempre bene, comunque, fare un controllo dall'otorino prima di partire".
Occhio alle orecchie, dunque. Specie per i più piccoli, che si avventurano in lunghe ore di bagno senza badare a doloretti, premessa di qualcosa di più serio. E non basta scegliere acque pulite: sotto accusa anche le piscine, "dove spesso l'acqua è più sporca che al mare". Ma anche i mari esotici, paradossalmente troppo puliti: "Esistono forme di plancton atipici - avverte Paludetti - che proliferano nei mari del sud, e che sono terribili per le nostre orecchie 'occidentali', non abituate a questi microrganismi". Ma se le infezioni esterne sono solo dolorose, quelle più interne, causate da immersioni temerarie, possono portare fino allo sfondamento del timpano. "Se non si ha la capacità di compensare a dovere - spiega l'esperto - l'orecchio entra in crisi, c'e' un problema di pressione. Si arriva allora al barotrauma, con la formazione di cerume all'interno che dà dolore e anche un momentaneo calo di udito". Allora, se si sente dolore sott'acqua, è tassativo uscire subito. "Con la pressione crescente gli ossicini interni penetrano sempre più nella chiocciola, insistendo sul nervo acustico e causando danni spesso irreversibili. Come il timpano perforato, che tra l'altro comporta un grave rischio sott'acqua, visto che si perde l'orientamento e si rischia di annegare". Non sono esenti dal rischio neanche i seni paranasali, che possono soffrire molto la pressione: rottura dei capillari della mucosa, stravaso di sangue nei seni, emorragie dal naso, i poco gradi effetti della sinusite barotraumatica. Un parziale rimedio può essere l'assunzione prima dell'immersione di blandi farmaci vasocostrittori nel naso insieme agli antistaminici. «Niente bagno se si è raffreddati - avverte però Paludetti - e niente aereo. Se si è costretti a volare, cortisone e antistaminici a portata di mano". Sott'acqua, conclude l'otorino, "non bisogna scherzare. Lo dico soprattutto ai più giovani, ai bambini, e ai sub della domenica. L'orecchio è un organo delicatissimo".
* Agi Salute
http://iltempo.ilsole24ore.com/2008/08/04/910687-occhio_alle_orecchie.shtml
Paolo Giorgi *
Tempo d'estate. Di mare. E di otiti. Milioni di italiani fanno il bagno incuranti dei rischi per le orecchie. Il professor Gaetano Paludetti, direttore dell'Istituto di Clinica Otorinolaringoiatrica del Policlinico Gemelli, lancia l'allarme: "D'estate aumentano le otiti esterne, con dermatiti, foruncoli, infiammazioni
I pazienti si lamentano del dolore e del prurito". Colpa dell'acqua, o meglio della sporcizia che c'è ormai in quasi tutti i mari. "Facendo il bagno - spiega Paludetti - si viene a contatto con batteri, funghi, stafilococchi e sostanze inquinanti che entrano nelle orecchie, una delle zone più indifese e a rischio, e lì ristagnano creando infezioni superficiali". I batteri trovano nell'orecchio una casa ideale: l'acqua resta nelle cavità molto più a lungo, si insinua nelle deviazioni del condotto uditivo, e le infezioni hanno modo di prosperare, anche perché la pelle "in umido" è soggetta a macerazione più rapida, ed è più fragile.
"Intendiamoci - precisa Paludetti - a questo livello non è grave per l'udito, perché l'infezione è esterna. Però è dolorosa, dà fitte acute". Il rimedio? La rinuncia al mare e un antibiotico locale. Ma l'ideale è la prevenzione: "Bisogna sempre asciugare bene le orecchie - specifica l'otorino - e far uscire l'acqua quando si ha la sensazione che sia rimasta nei condotti. Magari risciacquando con acqua potabile a temperatura ambiente. Per chi è più predisposto, sarebbe il caso di ungersi l'interno delle orecchie con olio d'oliva o vaselina. I tappi possono avere effetti traumatizzanti e non garantiscono l'impermeabilità. È sempre bene, comunque, fare un controllo dall'otorino prima di partire".
Occhio alle orecchie, dunque. Specie per i più piccoli, che si avventurano in lunghe ore di bagno senza badare a doloretti, premessa di qualcosa di più serio. E non basta scegliere acque pulite: sotto accusa anche le piscine, "dove spesso l'acqua è più sporca che al mare". Ma anche i mari esotici, paradossalmente troppo puliti: "Esistono forme di plancton atipici - avverte Paludetti - che proliferano nei mari del sud, e che sono terribili per le nostre orecchie 'occidentali', non abituate a questi microrganismi". Ma se le infezioni esterne sono solo dolorose, quelle più interne, causate da immersioni temerarie, possono portare fino allo sfondamento del timpano. "Se non si ha la capacità di compensare a dovere - spiega l'esperto - l'orecchio entra in crisi, c'e' un problema di pressione. Si arriva allora al barotrauma, con la formazione di cerume all'interno che dà dolore e anche un momentaneo calo di udito". Allora, se si sente dolore sott'acqua, è tassativo uscire subito. "Con la pressione crescente gli ossicini interni penetrano sempre più nella chiocciola, insistendo sul nervo acustico e causando danni spesso irreversibili. Come il timpano perforato, che tra l'altro comporta un grave rischio sott'acqua, visto che si perde l'orientamento e si rischia di annegare". Non sono esenti dal rischio neanche i seni paranasali, che possono soffrire molto la pressione: rottura dei capillari della mucosa, stravaso di sangue nei seni, emorragie dal naso, i poco gradi effetti della sinusite barotraumatica. Un parziale rimedio può essere l'assunzione prima dell'immersione di blandi farmaci vasocostrittori nel naso insieme agli antistaminici. «Niente bagno se si è raffreddati - avverte però Paludetti - e niente aereo. Se si è costretti a volare, cortisone e antistaminici a portata di mano". Sott'acqua, conclude l'otorino, "non bisogna scherzare. Lo dico soprattutto ai più giovani, ai bambini, e ai sub della domenica. L'orecchio è un organo delicatissimo".
* Agi Salute
http://iltempo.ilsole24ore.com/2008/08/04/910687-occhio_alle_orecchie.shtml
sabato 2 agosto 2008
MEDICINA-ALZHEIMER-SCOPERTO NUOVO FARMACO
"Un colorante curerà l'Alzheimer"
Nuovo farmaco scoperto in Scozia: fermerebbe la progressione della malattia
MATTIA B. BAGNOLI
LONDRA
Nella battaglia contro l’Alzheimer la Gran Bretagna segna un punto importante. La nuova speranza per i malati affetti dalla sindrome di demenza acuta si chiama Rember, una rivoluzionaria medicina messa a punto dalla TauRx Therapeutics e testata dai ricercatori dell’università di Aberdeen, Scozia. Presentata a Chicago nell’ambito della Conferenza Internazionale sull’Alzheimer, la sostanza - provata su 321 pazienti - ha dimostrato, paragonata ad altri trattamenti, di poter ridurre di oltre 80 punti percentuali la progressione della malattia.
Nonostante la terapia messa appunto dagli scienziati britannici non faccia regredire il male ma lo stabilizzi, «Rember» appare come la scoperta più importante dal 1907, anno in cui lo psichiatra tedesco Alois Alzheimer individuò il morbo che porta il suo nome. Se i test necessari a rendere commerciabile la «pillola delle meraviglie» avranno successo, Rember potrebbe raggiungere il mercato già nel 2012. «È la prima volta che una medicina si dimostra effettivamente capace di migliorare la condizione di chi è affetto da questa malattia», ha commentato il dottor Clive Ballard, ricercatore capo dell’Alzheimer Society.
«È un risultato senza precedenti - ha spiegato Claude Wischik, l’autore della scoperta e co-fondatore della TauRx Therapeutics -. Siamo stati capaci di dimostrare che è possibile arrestare la progressione della malattia agendo sugli aggregati proteici responsabili della degenerazione cellulare». Il trattamento sviluppato da Wischik attacca direttamente la proteina Tau, la responsabile dei vuoti di memoria cronici che caratterizzano la malattia.
E come spesso accaduto nelle invenzioni, Rember è stata scoperta per caso. Il principio attivo che sta alla base del medicinale, la metiltionina cloruro, è normalmente usato come colorante chimico. Il professor Wischik, però, si è reso conto che distrugge la proteina Tau versandone qualche goccia, in modo accidentale, in un campione su cui stava lavorando. Da qui l’idea di usarla per sconfiggere l’Alzheimer. «Abbiamo compiuto delle analisi - ha spiegato Wischik - sugli effetti della medicina a 24 settimane dall’inizio della terapia e a 50 settimane: i risultati sono due volte e mezzo migliori di quelli ottenuti da altri trattamenti». I ricercatori stanno già cercando di capire se Rember può anche prevenire, oltre che curare, la malattia. La svolta, dunque, c’è, è significativa, ma potrebbe essere troppo presto per cantare vittoria: la sperimentazione, infatti, è stata condotta su pazienti affetti da Alzheimer a un livello «moderato». Non ci sono quindi dati disponibili per capire se anche i malati in stato avanzato potranno beneficiare della medicina.
«Nei test preliminari Rember ha ridotto la riduzione di pressione sanguigna in quelle parti del cervello che sono importanti per la memoria - ha sottolineato Rebecca Wood, direttrice dell’Alzheimer Research Trust, l’associazione britannica che raccoglie i fondi per la ricerca sulla malattia -. Ora abbiamo bisogno di nuovi controlli per accertare che non ci siano effetti collaterali». Wood ha però sottolineato come la sperimentazione sia stata finanziata da una casa farmaceutica. Come dire: una sconfitta del pubblico nei confronti del privato.
Con tutti i se e i ma del caso, Rember funziona e chi ha fatto da cavia oggi ringrazia. A Jimmy Hardie, 72 anni, l’Alzheimer venne diagnosticato tre anni fa: buchi di memoria, repentini cambi d’umore, incapacità di gestire le azioni quotidiane. «Ora riesce a pianificare la sua giornata, e se va nel casotto degli attrezzi per qualche lavoretto non ha più bisogno di chiedere aiuto e si ricorda cosa deve fare», ha spiegato la moglie Dorothy, 69 anni ed ex infermiera.
+ "Potrebbe essere la chiave giusta"
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=868&ID_sezione=243&sezione=News
Nuovo farmaco scoperto in Scozia: fermerebbe la progressione della malattia
MATTIA B. BAGNOLI
LONDRA
Nella battaglia contro l’Alzheimer la Gran Bretagna segna un punto importante. La nuova speranza per i malati affetti dalla sindrome di demenza acuta si chiama Rember, una rivoluzionaria medicina messa a punto dalla TauRx Therapeutics e testata dai ricercatori dell’università di Aberdeen, Scozia. Presentata a Chicago nell’ambito della Conferenza Internazionale sull’Alzheimer, la sostanza - provata su 321 pazienti - ha dimostrato, paragonata ad altri trattamenti, di poter ridurre di oltre 80 punti percentuali la progressione della malattia.
Nonostante la terapia messa appunto dagli scienziati britannici non faccia regredire il male ma lo stabilizzi, «Rember» appare come la scoperta più importante dal 1907, anno in cui lo psichiatra tedesco Alois Alzheimer individuò il morbo che porta il suo nome. Se i test necessari a rendere commerciabile la «pillola delle meraviglie» avranno successo, Rember potrebbe raggiungere il mercato già nel 2012. «È la prima volta che una medicina si dimostra effettivamente capace di migliorare la condizione di chi è affetto da questa malattia», ha commentato il dottor Clive Ballard, ricercatore capo dell’Alzheimer Society.
«È un risultato senza precedenti - ha spiegato Claude Wischik, l’autore della scoperta e co-fondatore della TauRx Therapeutics -. Siamo stati capaci di dimostrare che è possibile arrestare la progressione della malattia agendo sugli aggregati proteici responsabili della degenerazione cellulare». Il trattamento sviluppato da Wischik attacca direttamente la proteina Tau, la responsabile dei vuoti di memoria cronici che caratterizzano la malattia.
E come spesso accaduto nelle invenzioni, Rember è stata scoperta per caso. Il principio attivo che sta alla base del medicinale, la metiltionina cloruro, è normalmente usato come colorante chimico. Il professor Wischik, però, si è reso conto che distrugge la proteina Tau versandone qualche goccia, in modo accidentale, in un campione su cui stava lavorando. Da qui l’idea di usarla per sconfiggere l’Alzheimer. «Abbiamo compiuto delle analisi - ha spiegato Wischik - sugli effetti della medicina a 24 settimane dall’inizio della terapia e a 50 settimane: i risultati sono due volte e mezzo migliori di quelli ottenuti da altri trattamenti». I ricercatori stanno già cercando di capire se Rember può anche prevenire, oltre che curare, la malattia. La svolta, dunque, c’è, è significativa, ma potrebbe essere troppo presto per cantare vittoria: la sperimentazione, infatti, è stata condotta su pazienti affetti da Alzheimer a un livello «moderato». Non ci sono quindi dati disponibili per capire se anche i malati in stato avanzato potranno beneficiare della medicina.
«Nei test preliminari Rember ha ridotto la riduzione di pressione sanguigna in quelle parti del cervello che sono importanti per la memoria - ha sottolineato Rebecca Wood, direttrice dell’Alzheimer Research Trust, l’associazione britannica che raccoglie i fondi per la ricerca sulla malattia -. Ora abbiamo bisogno di nuovi controlli per accertare che non ci siano effetti collaterali». Wood ha però sottolineato come la sperimentazione sia stata finanziata da una casa farmaceutica. Come dire: una sconfitta del pubblico nei confronti del privato.
Con tutti i se e i ma del caso, Rember funziona e chi ha fatto da cavia oggi ringrazia. A Jimmy Hardie, 72 anni, l’Alzheimer venne diagnosticato tre anni fa: buchi di memoria, repentini cambi d’umore, incapacità di gestire le azioni quotidiane. «Ora riesce a pianificare la sua giornata, e se va nel casotto degli attrezzi per qualche lavoretto non ha più bisogno di chiedere aiuto e si ricorda cosa deve fare», ha spiegato la moglie Dorothy, 69 anni ed ex infermiera.
+ "Potrebbe essere la chiave giusta"
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=868&ID_sezione=243&sezione=News
venerdì 1 agosto 2008
MEDICINA-SCLEROSI-STAMINALI DA CELLULE DELLA PELLE
1 Agosto 2008
AMERICHE - USA
Neuroni motori dalla pelle per trattare la Sla
A partire da cellule di pelle di due pazienti con sclerosi laterale amiotrofica (SLA) sono state create per la prima volta cellule staminali simili a quelle embrionali. Per uno dei pazienti, poi, le staminali sono state trasformate in neuroni motori identici a quelli del malato. Un giorno questa procedura potrebbe portare alla produzione di cellule terapeutiche su misura del paziente per curare la sua malattia. Ma per ora il risultato, ottenuto da scienziati della Harvard e della Columbia University rispettivamente a Boston e New York, per quanto importantissimo perche' mai prima d'ora erano state create staminali su misura del singolo paziente da cellule di pelle, non ha applicazioni cliniche immediate.
Diretti da Kevin Eggan dell'istituto Harvard Stem Cell a Boston, gli esperimenti sono stati resi noti sulla rivista Science. Un'applicazione immediata del lavoro pero' c'e': centinaia di milioni di cellule nervose identiche a quelle del paziente potranno essere cosi' prodotte ed usate per studiare la malattia e testare farmaci oggetto di ricerca.
La SLA e' una grave malattia neurodegenerativa che colpisce i neuroni motori e porta il paziente alla paralisi e nella maggior parte dei casi alla morte in pochi anni dalla comparsa dei primi sintomi. E' solo di pochi mesi fa il grosso successo scientifico che ha portato alla creazione di staminali umane simili a quelle di un embrione ottenute riprogrammando geneticamente normalissime cellule adulte di pelle prese dalla cute di soggetti sani. Si disse allora che queste 'staminali etiche', perche' ottenibili senza sacrificare embrioni, sarebbero state decisive per la messa a punto di terapie cellulari su misura del paziente.
I ricercatori Usa hanno dato un primissimo saggio di questa possibilita': da pelle di due anziani pazienti con SLA hanno estratto cellule adulte e le hanno poi riprogrammate ottenendone delle staminali. Poi le staminali di uno dei due pazienti sono state coltivate in provetta e indotte da un cocktail di fattori di crescita a trasformarsi in neuroni motori. Un giorno questi neuroni motori potrebbero divenire la base di una cura personalizzata, ma gia' da ora serviranno a studiare a fondo la malattia e testare farmaci, cosa finora impossibile per la difficolta' di reperire neuroni motori dei malati da studiare.
"Per chi studia la Sla uno dei problemi piu' seri si chiama campione: i modelli animali in quanto tali hanno dei limiti e non si possono certo prelevare i motoneuroni ai pazienti mentre sono vivi! Inoltre, gli studi effettuati post mortem sono complessi e poco affidabili. Lo studio di Eggan apre prospettive decisamente interessanti in questo senso". A parlare e' Maria Teresa Carri', ricercatrice finanziata da Telethon che da molti anni studia la sclerosi laterale amiotrofica. "Riuscire a far 'tornare indietro' le cellule della pelle fino allo stadio indifferenziato e poi reindirizzarle verso i motoneuroni fornirebbe a noi ricercatori uno strumento formidabile: potremmo infatti studiare gli esordi della malattia, quando ancora si puo' pensare di intervenire". A proposito di un utilizzo in terapia, Carri' aggiunge: "non e' pensabile trapiantare direttamente i motoneuroni nei pazienti, perche' queste cellule non sono affatto maneggevoli. Basti pensare che il loro assone - la porzione della cellula che va dal midollo al muscolo - puo' essere lunga anche mezzo metro. Molto piu' interessante, invece, pensare di usare la metodologia messa in luce dai ricercatori americani".
Di' la tua (forum)
http://www.aduc.it/dyn/eutanasia/noti.php?id=228660
AMERICHE - USA
Neuroni motori dalla pelle per trattare la Sla
A partire da cellule di pelle di due pazienti con sclerosi laterale amiotrofica (SLA) sono state create per la prima volta cellule staminali simili a quelle embrionali. Per uno dei pazienti, poi, le staminali sono state trasformate in neuroni motori identici a quelli del malato. Un giorno questa procedura potrebbe portare alla produzione di cellule terapeutiche su misura del paziente per curare la sua malattia. Ma per ora il risultato, ottenuto da scienziati della Harvard e della Columbia University rispettivamente a Boston e New York, per quanto importantissimo perche' mai prima d'ora erano state create staminali su misura del singolo paziente da cellule di pelle, non ha applicazioni cliniche immediate.
Diretti da Kevin Eggan dell'istituto Harvard Stem Cell a Boston, gli esperimenti sono stati resi noti sulla rivista Science. Un'applicazione immediata del lavoro pero' c'e': centinaia di milioni di cellule nervose identiche a quelle del paziente potranno essere cosi' prodotte ed usate per studiare la malattia e testare farmaci oggetto di ricerca.
La SLA e' una grave malattia neurodegenerativa che colpisce i neuroni motori e porta il paziente alla paralisi e nella maggior parte dei casi alla morte in pochi anni dalla comparsa dei primi sintomi. E' solo di pochi mesi fa il grosso successo scientifico che ha portato alla creazione di staminali umane simili a quelle di un embrione ottenute riprogrammando geneticamente normalissime cellule adulte di pelle prese dalla cute di soggetti sani. Si disse allora che queste 'staminali etiche', perche' ottenibili senza sacrificare embrioni, sarebbero state decisive per la messa a punto di terapie cellulari su misura del paziente.
I ricercatori Usa hanno dato un primissimo saggio di questa possibilita': da pelle di due anziani pazienti con SLA hanno estratto cellule adulte e le hanno poi riprogrammate ottenendone delle staminali. Poi le staminali di uno dei due pazienti sono state coltivate in provetta e indotte da un cocktail di fattori di crescita a trasformarsi in neuroni motori. Un giorno questi neuroni motori potrebbero divenire la base di una cura personalizzata, ma gia' da ora serviranno a studiare a fondo la malattia e testare farmaci, cosa finora impossibile per la difficolta' di reperire neuroni motori dei malati da studiare.
"Per chi studia la Sla uno dei problemi piu' seri si chiama campione: i modelli animali in quanto tali hanno dei limiti e non si possono certo prelevare i motoneuroni ai pazienti mentre sono vivi! Inoltre, gli studi effettuati post mortem sono complessi e poco affidabili. Lo studio di Eggan apre prospettive decisamente interessanti in questo senso". A parlare e' Maria Teresa Carri', ricercatrice finanziata da Telethon che da molti anni studia la sclerosi laterale amiotrofica. "Riuscire a far 'tornare indietro' le cellule della pelle fino allo stadio indifferenziato e poi reindirizzarle verso i motoneuroni fornirebbe a noi ricercatori uno strumento formidabile: potremmo infatti studiare gli esordi della malattia, quando ancora si puo' pensare di intervenire". A proposito di un utilizzo in terapia, Carri' aggiunge: "non e' pensabile trapiantare direttamente i motoneuroni nei pazienti, perche' queste cellule non sono affatto maneggevoli. Basti pensare che il loro assone - la porzione della cellula che va dal midollo al muscolo - puo' essere lunga anche mezzo metro. Molto piu' interessante, invece, pensare di usare la metodologia messa in luce dai ricercatori americani".
Di' la tua (forum)
http://www.aduc.it/dyn/eutanasia/noti.php?id=228660
lunedì 21 luglio 2008
AIDS : STOP AL VACCINO !
Aids, negli Usa nuovo stop nella corsa al vaccino:
potrebbe aumentare il rischio infezione
ROMA (19 luglio) - Nuova battuta d'arresto nella corsa mondiale al vaccino anti-Hiv. L'istituto statunitense per le allergie e le malattie infettive (Niaid) ha bloccato per motivi di sicurezza un piano nazionale che avrebbe dovuto cominciare a testare un nuovo preparato su 8.500 volontari. La sperimentazione sarebbe stata condotta da “Pave” (Partnership for Aids vaccine evaluation), un consorzio di agenzie governative statunitensi e organizzazioni finanziate con fondi pubblici che ha come obiettivo quello di mettere a punto un efficace vaccino contro il virus Hiv.
Lo stop allo studio imposto dal Niaid è dovuto a ragioni di sicurezza. Gli esperti, infatti, mettono in dubbio l'efficacia del vaccino, che potrebbe anche aumentare il rischio di infezione tra i volontari arruolati. Per questo sottolineano la necessità di controlli più approfonditi e di altre sperimentazioni, sia sugli animali che sugli uomini, prima di dare il consenso alla produzione su vasta scala del vaccino.
Il direttore del Niaid, Anthony Fauci, ha affermato che potrebbe essere presa in considerazione la possibilità di svolgere una sperimentazione più ristretta, con l'unico intento di scoprire se il vaccino “Pave” sia capace di ridurre la carica virale, cioè la quantità di virus Hiv presente nel sangue. Nonostante questo ennesimo insuccesso, che segue di pochi mesi l'interruzione della sperimentazione di un altro vaccino anti-Hiv prodotto dalla casa farmaceutica Merck (anch'esso per ragioni di sicurezza), la messa a punto di un preparato efficace non sembra essere un traguardo irraggiungibile, almeno per l'immunologo Fernando Aiuti. L'esperto italiano, infatti, ritiene che i ricercatori debbano ora correggere il tiro cambiando l'approccio mantenuto nell'ultimo decennio. «Oggi non abbiamo metodi validi per valutare l'efficacia dei vaccini - spiega Aiuti - nè modelli animali adeguati per eseguire i test. Inoltre finora abbiamo usato solo vaccini basati sulle proteine del virus. Dobbiamo andare oltre, battendo nuove strade, magari usando anche virus resi innocui ma vivi, capaci di replicarsi continuamente, per dare una immunità più prolungata».
La ricerca sul vaccino anti-Hiv comunque prosegue il suo cammino, anche nel nostro Paese. Pochi giorni fa, infatti, l'Istituto superiore di sanità ha dato il via libera alla seconda fase della sperimentazione del vaccino italiano terapeutico, messo a punto dalla sua ricercatrice Barbara Ensoli e prodotto presso l'Università di Urbino interamente con fondi pubblici. I test coinvolgeranno 128 pazienti sieropositivi di dieci centri italiani. Parallelamente è prevista anche una serie di test in Sud Africa e Swaziland, per i quali si attende il via libera delle autorità regolatorie locali.
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=27986&sez=HOME_SCIENZA
potrebbe aumentare il rischio infezione
ROMA (19 luglio) - Nuova battuta d'arresto nella corsa mondiale al vaccino anti-Hiv. L'istituto statunitense per le allergie e le malattie infettive (Niaid) ha bloccato per motivi di sicurezza un piano nazionale che avrebbe dovuto cominciare a testare un nuovo preparato su 8.500 volontari. La sperimentazione sarebbe stata condotta da “Pave” (Partnership for Aids vaccine evaluation), un consorzio di agenzie governative statunitensi e organizzazioni finanziate con fondi pubblici che ha come obiettivo quello di mettere a punto un efficace vaccino contro il virus Hiv.
Lo stop allo studio imposto dal Niaid è dovuto a ragioni di sicurezza. Gli esperti, infatti, mettono in dubbio l'efficacia del vaccino, che potrebbe anche aumentare il rischio di infezione tra i volontari arruolati. Per questo sottolineano la necessità di controlli più approfonditi e di altre sperimentazioni, sia sugli animali che sugli uomini, prima di dare il consenso alla produzione su vasta scala del vaccino.
Il direttore del Niaid, Anthony Fauci, ha affermato che potrebbe essere presa in considerazione la possibilità di svolgere una sperimentazione più ristretta, con l'unico intento di scoprire se il vaccino “Pave” sia capace di ridurre la carica virale, cioè la quantità di virus Hiv presente nel sangue. Nonostante questo ennesimo insuccesso, che segue di pochi mesi l'interruzione della sperimentazione di un altro vaccino anti-Hiv prodotto dalla casa farmaceutica Merck (anch'esso per ragioni di sicurezza), la messa a punto di un preparato efficace non sembra essere un traguardo irraggiungibile, almeno per l'immunologo Fernando Aiuti. L'esperto italiano, infatti, ritiene che i ricercatori debbano ora correggere il tiro cambiando l'approccio mantenuto nell'ultimo decennio. «Oggi non abbiamo metodi validi per valutare l'efficacia dei vaccini - spiega Aiuti - nè modelli animali adeguati per eseguire i test. Inoltre finora abbiamo usato solo vaccini basati sulle proteine del virus. Dobbiamo andare oltre, battendo nuove strade, magari usando anche virus resi innocui ma vivi, capaci di replicarsi continuamente, per dare una immunità più prolungata».
La ricerca sul vaccino anti-Hiv comunque prosegue il suo cammino, anche nel nostro Paese. Pochi giorni fa, infatti, l'Istituto superiore di sanità ha dato il via libera alla seconda fase della sperimentazione del vaccino italiano terapeutico, messo a punto dalla sua ricercatrice Barbara Ensoli e prodotto presso l'Università di Urbino interamente con fondi pubblici. I test coinvolgeranno 128 pazienti sieropositivi di dieci centri italiani. Parallelamente è prevista anche una serie di test in Sud Africa e Swaziland, per i quali si attende il via libera delle autorità regolatorie locali.
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=27986&sez=HOME_SCIENZA
STUDIO SVELA MECCANISMO IPERPRODUZIONE OSSITOCINA DURANTE ALLATTAMENTO
STUDIO SVELA MECCANISMO IPERPRODUZIONE OSSITOCINA DURANTE ALLATTAMENTO
SALUTE: COSI' AUMENTA 'ORMONE FIDUCIA' QUANDO BEBE' SI ATTACCA AL SENO
Roma, 19 lug. (Adnkronos/Adnkronos Salute) - Scoperto il meccanismo che fa si' che aumenti, durante l'allattamento, il livello di ossitocina, il cosiddetto ormone della fiducia, nel cervello della mamma che attacca il suo piccolo al seno. Quando una donna allatta, infatti, si innesca una metamorfosi a livello cerebrale, che contribuisce a rafforzare il legame con i propri figli. Un team di ricercatori della Warwick University, in uno studio che ha guadagnato le pagine della rivista Plos Computational Biology, ha dunque svelato il meccanismo che fa in modo che, nel corso dell'allattamento, si aprano i rubinetti dell'ormone della fiducia.
Fino ad ora, infatti, restava un rebus da sciogliere spiegare come poche migliaia di cellule del cervello riuscissero a rilasciare l'ossitocina influendo positivamente anche sull'umore delle mamme. Per gli studiosi, l'ossitocina viene rilasciata durante la produzione del latte materno, inondando il cervello durante l'allattamento. In genere, i neuroni rilasciano sostanze chimiche come l'ossitocina in dosi piuttosto piccole. Ma quando la mamma allatta al seno il proprio bambino, hanno mostrato i ricercatori servendosi di un complesso modello matematico, i neuroni materni rilasciano l'ormone anche dai loro dendriti, la parte della cellula che di solito riceve informazioni, piuttosto che inviarle.
Cio' darebbe vita a una vera e propria 'esplosione' dell'ormone della fiducia. L'ossitocina e' prodotta naturalmente nell'ipotalamo, l'area cerebrale che controlla la temperatura corporea, la sete, la fame, la rabbia e la stanchezza. Ma e' anche coinvolta nelle promozione delle sensazioni di fiducia e nella riduzione della paura. "Il modello usato in questo studio - sottolinea Jianfeng Feng, a capo della ricerca - potrebbe essere impiegato per studiare altre attivita' cerebrali simili".
http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=1.0.2351525393
SALUTE: COSI' AUMENTA 'ORMONE FIDUCIA' QUANDO BEBE' SI ATTACCA AL SENO
Roma, 19 lug. (Adnkronos/Adnkronos Salute) - Scoperto il meccanismo che fa si' che aumenti, durante l'allattamento, il livello di ossitocina, il cosiddetto ormone della fiducia, nel cervello della mamma che attacca il suo piccolo al seno. Quando una donna allatta, infatti, si innesca una metamorfosi a livello cerebrale, che contribuisce a rafforzare il legame con i propri figli. Un team di ricercatori della Warwick University, in uno studio che ha guadagnato le pagine della rivista Plos Computational Biology, ha dunque svelato il meccanismo che fa in modo che, nel corso dell'allattamento, si aprano i rubinetti dell'ormone della fiducia.
Fino ad ora, infatti, restava un rebus da sciogliere spiegare come poche migliaia di cellule del cervello riuscissero a rilasciare l'ossitocina influendo positivamente anche sull'umore delle mamme. Per gli studiosi, l'ossitocina viene rilasciata durante la produzione del latte materno, inondando il cervello durante l'allattamento. In genere, i neuroni rilasciano sostanze chimiche come l'ossitocina in dosi piuttosto piccole. Ma quando la mamma allatta al seno il proprio bambino, hanno mostrato i ricercatori servendosi di un complesso modello matematico, i neuroni materni rilasciano l'ormone anche dai loro dendriti, la parte della cellula che di solito riceve informazioni, piuttosto che inviarle.
Cio' darebbe vita a una vera e propria 'esplosione' dell'ormone della fiducia. L'ossitocina e' prodotta naturalmente nell'ipotalamo, l'area cerebrale che controlla la temperatura corporea, la sete, la fame, la rabbia e la stanchezza. Ma e' anche coinvolta nelle promozione delle sensazioni di fiducia e nella riduzione della paura. "Il modello usato in questo studio - sottolinea Jianfeng Feng, a capo della ricerca - potrebbe essere impiegato per studiare altre attivita' cerebrali simili".
http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=1.0.2351525393
Etichette:
allattamento,
fiducia,
ormone,
studio
mercoledì 16 luglio 2008
AL SOLE CONTRO IL TUMORE MA CON MODERAZIONE
Al sole contro il tumore, ma con moderazione
Boston - Il sole fa bene: due ore al giorno di esposizione, infatti, stimolano la produzione di vitamina D, e si diminuisce fino al 50 per cento il rischio di sviluppare cancro alla prostata, al seno e al colon-retto.
L’ assenza di vitamina D, inoltre può essere causa di malattie infettive, autoimmuni, cardiovascolari e appunto di tumori.
E’ questo uno dei risultati di uno studio appena pubblicato sul `Clinical Journal of the American Society of Nephrology`, condotto dal Dipartimento di medicina ed endocrinologia dell`Università di Boston (Usa), che trova concordi gli specialisti italiani.
«La vitamina D agisce beneficamente su tessuti differenti, in particolare sulla prostata e sul seno - spiega Patrizio Mulas, presidente dell`Associazione dermatologi ospedalieri italiani -. Non mancano studi che rimarcano l`azione proapoptotica, antimetastatica e antiangiogenetica, antinfiammatoria e immunomodulante di questa vitamina»,
Per fare il pieno di vitamina D bastano due ore al giorno di esposizione nelle ore meno calde, per produrre la concentrazione di vitamina utile all`organismo.
Il consiglio quindi è «Esporsi al sole con moderazione - dice Mulas -, usando filtri protettivi adeguati al proprio fototipo, cioè al tipo di carnagione. Ed evitando le ore più calde del giorno. Se proprio si vuole restare in spiaggia è bene ricordare di coprirsi con una maglietta e con un cappellino».
(17/07/2008 - in collaborazione con AdnKronos)
http://www.localport.it/eventi/notizie/notizie_espansaN.asp?N=34169
Boston - Il sole fa bene: due ore al giorno di esposizione, infatti, stimolano la produzione di vitamina D, e si diminuisce fino al 50 per cento il rischio di sviluppare cancro alla prostata, al seno e al colon-retto.
L’ assenza di vitamina D, inoltre può essere causa di malattie infettive, autoimmuni, cardiovascolari e appunto di tumori.
E’ questo uno dei risultati di uno studio appena pubblicato sul `Clinical Journal of the American Society of Nephrology`, condotto dal Dipartimento di medicina ed endocrinologia dell`Università di Boston (Usa), che trova concordi gli specialisti italiani.
«La vitamina D agisce beneficamente su tessuti differenti, in particolare sulla prostata e sul seno - spiega Patrizio Mulas, presidente dell`Associazione dermatologi ospedalieri italiani -. Non mancano studi che rimarcano l`azione proapoptotica, antimetastatica e antiangiogenetica, antinfiammatoria e immunomodulante di questa vitamina»,
Per fare il pieno di vitamina D bastano due ore al giorno di esposizione nelle ore meno calde, per produrre la concentrazione di vitamina utile all`organismo.
Il consiglio quindi è «Esporsi al sole con moderazione - dice Mulas -, usando filtri protettivi adeguati al proprio fototipo, cioè al tipo di carnagione. Ed evitando le ore più calde del giorno. Se proprio si vuole restare in spiaggia è bene ricordare di coprirsi con una maglietta e con un cappellino».
(17/07/2008 - in collaborazione con AdnKronos)
http://www.localport.it/eventi/notizie/notizie_espansaN.asp?N=34169
Etichette:
moderazione,
sole,
tumore
Iscriviti a:
Post (Atom)

