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martedì 24 febbraio 2009

ALZHEIMER, UNA PROTEINA RALLENTA DEGENERAZIONE

ALZHEIMER, UNA PROTEINA RALLENTA DEGENERAZIONE

(AGI) - Londra, 23 feb. - L'Alzheimer non e' soltanto una malattia conseguente ai danni legati al deposito di placche di proteina 'amiloide' nel cervello, ma avrebbe origine da uno sbilanciamento nei meccanismi di segnalazione fra i neuroni. Un problema che potrebbe essere risolto grazie al contributo di una proteina. Questo e' quanto emerso da un nuovo modello sulla genesi della malattia neurodegenerativa, messo a punto da un gruppo di ricercatori delle Ecoles normales superieures di Lione (Francia) e del Buck Institute a Novato (California) in uno studio pubblicato sulla rivista Cell Death and Differentiation. Uno dei punti oscuri relativi alla malattia di Alzheimer riguarda la funzione normale del precursore della proteina 'amiloide' (APP) che si concentra nei punti di contatto fra i neuroni. Anche se le placche della proteina amilode che sono un tratto caratteristico della malattia derivano della APP, essa ovviamente deve avere primariamente qualche ruolo fisiologico che finora non era stato identificato. Nel nuovo studio i ricercatori hanno mostrato che la APP si lega a una proteina, la 'netrina-1', che aiuta i neuroni a formare le loro connessioni cerebrali e a sopravvivere. Somministrando 'netrina-1' a topi ingegnerizzati con un gene che provoca sintomi simili a quelli dell'Alzheimer, questi risultavano successivamente alleviati e si aveva una minore deposizione in placche di proteina amiloide. Questo ha suggerito ai ricercatori che la malattia derivi in primo luogo da un disequilibrio fra la normale attivita' di formazione e demolizione di connessioni fra i neuroni del cervello, con la 'netrina-'1 che ne aiuta la formazione e la proteina amilode la rottura, un'attivita' mediata da entrambe le proteine attraverso un legame con la APP per attivare i normali programmi cellulari. In particolare, la 'netrina-1' ha mostrato la capacita' di interferire con la produzione di proteina amiloide e di avere potenzialmente una capacita' terapeutica.

http://salute.agi.it/primapagina/notizie/200902231239-hpg-rsa0014-art.html

mercoledì 14 gennaio 2009

Alzheimer: perche' le donne si ammalano di piu'

Tecnoscienze
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Il cromosoma X porterebbe in se' un gene fondamentale per il morbo
Alzheimer: perche' le donne si ammalano di piu'
Su Nature genetics l'ultima ipotesi


Milano - L'incidenza del morbo di Alzheimer nelle donne è da sempre più alta che negli uomini. Finora i ricercatori avevano giustificato questo dato con la maggior longevità del genere femminile che darebbe maggior possibilità al morbo di far la sua comparsa.

La vera ragione risiederebbe invece nel codice genetico e in particolare nel cromosoma X, presente in coppia nelle donne e in singola copia negli uomini.
Lo studio coordinato da Steven Younkin, ricercatore presso il Mayo Clinic College of Medicine (Jacksonville, Florida - Usa), ha individuato una variante del gene PCDH11X che sarebbe direttamente collegato alla comparsa del morbo. Il gene in questione codifica per una proteina la protocaderina, appartenete ad una famiglia di molecole che aiutano le cellule del sistema nervoso centrale a comunicare tra loro.

Il gene è localizzato sul cromosoma X, compare quindi anche negli uomini ma evidentemente con una minor frequenza rispetto alle donne.
La ricerca, i cui risultati si possono consultare sull'ultimo numero di Nature Genetics, ha evidenziato come donne che presentano alterazione genica di PCDH11X su un solo cromosoma X hanno le stesse probabilità di ammalarsi degli uomini, mentre le probabilità sono molto maggiori se la variazione è in omozigosi, ovvero presente su entrambi i cromosomi.

Massimiliano Puglisi

14/1/2009

http://www.voceditalia.it/articolo.asp?id=26416&titolo=Alzheimer%20perche'%20le%20donne%20si%20ammalano%20di%20piu'

mercoledì 10 dicembre 2008

Alzheimer/ Dopo la scoperta del legame con l'herpes arriva una cura preventiva

Alzheimer/ Dopo la scoperta del legame con l'herpes arriva una cura preventiva
Mercoledí 10.12.2008 12:09




Di Silvia Finazzi


Salute/Alzheimer: la cura può arrivare dall’NGF di Rita Levi Montalcini

Contro l'Alzheimer/ Il segreto per fermare l'età che avanza? Allenare il cervello. Previene anche il Parkinson

Salute/ Alzheimer, in arrivo un test per individuare la fase precoce

Salute/ Contro Alzheimer e demenza allena il cervello
Arriva un nuovo rimedio contro l'alzheimer . Si chiama "Train the brain", allena il cervello, il nuovo progetto di ricerca scientifica condotto in collaborazione tra Fondazione Caripisa e CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) di Pisa.
Lo studio, che durerà tre anni, ha un obiettivo preciso: valutare gli effetti di un programma a base di "allenamento" cognitivo e di training fisico in pazienti con demenza iniziale. Proprio così, perché i muscoli non sono i soli a dover essere allenati.

Anche la mente ha bisogno della sua palestra per lavorare meglio e frenare l'evoluzione di malattie importanti, come Alzheimer o demenza vascolare. I ricercatori sono convinti che un mix di ginnastica della mente e del corpo possa rallentare lo sviluppo di queste malattie e agire in maniera più efficace rispetto alle cure tradizionali. In effetti, studi passati hanno già dimostrato la validità di questo approccio.

Nel cervello di un adulto sono presenti circa 100 miliardi di neuroni (cellule nervose), collegati fra loro e raggruppati in piccoli gruppi, detti circuiti nervosi. Sono proprio questi circuiti che, attivandosi in modo coordinato, controllano il nostro comportamento e le nostre azioni.

Non si tratta di una struttura fissa. Con il tempo, i circuiti nervosi si modificano. Se il cervello dei neonati è altamente reattivo perché i neuroni si sviluppano velocemente e creano importanti collegamenti, quello degli anziani è più "lento". Ecco perché dopo una certa età è più facile accusare disturbi cognitivi, come limitazione della memoria o scarsa attenzione.



In caso di malattia, poi, le cose precipitano. Si ipotizza, infatti, che la fase iniziale della demenza sia caratterizzata da una perdita progressiva del numero, dell'efficacia e della modificabilità delle connessioni fra i neuroni in specifiche aree cerebrali.Il processo però non è inevitabile, nemmeno in caso di demenza. Alcune ricerche hanno dimostrato che tenendo allenato il cervello, i neuroni si deteriorano meno e si mantengono più efficienti. Non solo: pure l'esercizio fisico può esercitare effetti benefici sulle funzionalità cerebrali.

Di qui l'idea di "Train the brain". In pratica, nei prossimi tre anni alcune persone a rischio di sviluppare demenza o con demenza in fase iniziale verranno sottoposte sia a interventi di stimolazione fisica e cognitiva, sia di interazione sociale (avere scambi con altre persone è stimolante). Lo scopo è verificare se questo tipo di approccio possa frenare il declino legato alla malattia. Un progetto ambizioso e fortemente innovativo, il primo al mondo a tentare di dare una risposta a queste domande.

In attesa dei risultati, può essere utile un po' di fai da te. Sì allora a quelle attività che mantengono vivo e attivo il cervello, come leggere molto, fare quiz e cruciverba, aiutare figli e nipoti con i compiti, guardare documentari. E anche un po' di attività fisica e di chiacchiere con gli amici non guastano.



http://www.affaritaliani.it/cronache/alzheimer-cervello-herpes101208.html

martedì 9 dicembre 2008

L'alzheimer potrebbe essere causato da virus herpes simplex

L'alzheimer potrebbe essere causato da virus herpes simplex
Trovato Dna virale nel 90% delle placche proteiche
postato 17 ore fa



Roma, 8 dic. (Apcom) - Scienziati della Manchester University, GB hanno scoperto un'associazione tra il virus dell'herpes simplex (HSV), quello che causa la "febbre" intorno alle labbra, e la formazione delle placche proteiche che si accumulano nel cervello delle persone affette dalla Malattia di Alzheimer (MA), la forma più comune di demenza tra gli anziani.


Ruth Itzhaki e colleghi hanno, infatti, scoperto nel 90% delle placche presenti nel cervello di malati di Alzheimer la presenza di frammenti di Dna virale di HSV di tipo 1. Precedentemente, avevano già dimostrato che l'infezione virale, che colpiva le cellule nervose dei topolini di laboratorio conduceva ad una lenta deposizione di beta amiloide, il componente principale delle placche e che il virus è presente nel cervello di molte persone anziane e in molte persone portatrici di uno specifico fattore genetico, che li predispone di più alla malattia. Tra le persone infettate, il virus, nel 20-40% dei casi, non si manifesta per lunghi periodi durante i quali rimane dormiente.



Secondo i ricercatori è troppo presto per dire definitivamente se il virus è veramente responsabile della MA, ma nello stesso tempo ipotizzano che questa scoperta si potrebbe rivelare utile in futuro per curare la malattia o prevenire la formazione delle placche utilizzando i più comuni farmaci antivirali.



http://notizie.alice.it/notizie/top_news/2008/12_dicembre/08/l_alzheimer_potrebbe_essere_causato_da_virus_herpes_simplex,17153104.html

lunedì 1 dicembre 2008

CERVELLO ATTIVO PROTEGGE DALL'ALZHEIMER

Ricerca europea coordinata dal San Raffaele di Milano: se la mente
rimane attiva, si crea una scorta di sinapsi che riesce a contrastare la malattia
Così un cervello allenato
protegge dall'Alzheimer
di ALESSIA MANFREDI



ROMA - Basta poco, anche un semplice cruciverba, un sudoku o le parole crociate. Imparare a memoria una canzone, esercitarsi a parlare una lingua straniera, perfino ripetere le tabelline: il trucco è mantenere allenato il cervello, che, se viene stimolato continuamente, protegge dal morbo di Alzheimer, ne rallenta l'insorgere e ne smorza i sintomi.

Lo dimostra uno studio europeo che ha coinvolto diversi centri di ricerca, coordinati dai ricercatori dell'Università Vita-Salute San Raffaele e dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele, pubblicato su Neurology. Secondo gli studiosi, in particolare, chi tiene il cervello continuamente in esercizio - come chi svolge attività intellettualmente impegnative o ha un grado alto di istruzione - si munisce di un "cervello di scorta" che entra in funzione se la malattia degenerativa colpisce, rallentandone il decorso e l'aggressività. "Se la malattia danneggia i neuroni e le loro connessioni, un cervello ben allenato se la cava lo stesso, utilizzando le altre connessioni sane come riserva" spiegano i ricercatori.

Lo studio è stato condotto su 300 malati di Alzheimer e 100 anziani con lievi disturbi della memoria per una durata di 14 mesi: avevano tutti diversi livelli di istruzione e facevano lavori diversi, dal manager alla casalinga. La ricerca ha evidenziato che chi aveva un grado di istruzione più alto o svolgeva un'attività intellettualmente più impegnativa, mostrava i sintomi della malattia più tardi rispetto a casalinghe o disoccupati, e riusciva, ad esempio, a ricordare meglio degli altri e con più facilità il nome di un oggetto. "Questo nonostante la malattia ne avesse già danneggiato neuroni e sinapsi, condizione normalmente causa di terribili sintomi della malattia, tra cui la perdita della memoria", sottolineano i ricercatori.


Un cervello allenato, in sostanza, sviluppa più sinapsi - le connessioni tra neuroni - che si trasformano in una preziosa scorta quando la malattia aggredisce. Questa "scorta" è stata scoperta grazie alla tomografia ad emissione di positroni (Pet) ed è stata chiamata "riserva funzionale". Grazie a questa, le persone più istruite sono in grado di sostituire le sinapsi danneggiate dalla malattia con altre funzionanti, riducendo così i sintomi invalidanti dell'Alzheimer, una piaga che colpisce sempre di più la società che sta diventando sempre più vecchia: nel mondo i malati di Alzheimer sono 25 milioni e in Italia almeno 500mila. Di questa malattia soffre il 20 per cento della popolazione sopra i 65 anni.

Così diventa fondamentale combattere l'analfabetismo, dice Daniela Perani, coordinatrice dello studio, proprio per ritardare l'esordio della malattia. "Bisogna trovare i mezzi per favorire la lettura e stimolare le attività intellettuali nella popolazione e non solo in quella anziana: queste sono solo alcune delle strade che possiamo percorrere per combattere, sin da bambini, la malattia", conclude la ricercatrice.

(20 ottobre 2008)
http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scienza_e_tecnologia/alzheimer-cervello/alzheimer-cervello/alzheimer-cervello.html

sabato 2 agosto 2008

MEDICINA-ALZHEIMER-SCOPERTO NUOVO FARMACO

"Un colorante curerà l'Alzheimer"




Nuovo farmaco scoperto in Scozia: fermerebbe la progressione della malattia


MATTIA B. BAGNOLI

LONDRA
Nella battaglia contro l’Alzheimer la Gran Bretagna segna un punto importante. La nuova speranza per i malati affetti dalla sindrome di demenza acuta si chiama Rember, una rivoluzionaria medicina messa a punto dalla TauRx Therapeutics e testata dai ricercatori dell’università di Aberdeen, Scozia. Presentata a Chicago nell’ambito della Conferenza Internazionale sull’Alzheimer, la sostanza - provata su 321 pazienti - ha dimostrato, paragonata ad altri trattamenti, di poter ridurre di oltre 80 punti percentuali la progressione della malattia.

Nonostante la terapia messa appunto dagli scienziati britannici non faccia regredire il male ma lo stabilizzi, «Rember» appare come la scoperta più importante dal 1907, anno in cui lo psichiatra tedesco Alois Alzheimer individuò il morbo che porta il suo nome. Se i test necessari a rendere commerciabile la «pillola delle meraviglie» avranno successo, Rember potrebbe raggiungere il mercato già nel 2012. «È la prima volta che una medicina si dimostra effettivamente capace di migliorare la condizione di chi è affetto da questa malattia», ha commentato il dottor Clive Ballard, ricercatore capo dell’Alzheimer Society.

«È un risultato senza precedenti - ha spiegato Claude Wischik, l’autore della scoperta e co-fondatore della TauRx Therapeutics -. Siamo stati capaci di dimostrare che è possibile arrestare la progressione della malattia agendo sugli aggregati proteici responsabili della degenerazione cellulare». Il trattamento sviluppato da Wischik attacca direttamente la proteina Tau, la responsabile dei vuoti di memoria cronici che caratterizzano la malattia.

E come spesso accaduto nelle invenzioni, Rember è stata scoperta per caso. Il principio attivo che sta alla base del medicinale, la metiltionina cloruro, è normalmente usato come colorante chimico. Il professor Wischik, però, si è reso conto che distrugge la proteina Tau versandone qualche goccia, in modo accidentale, in un campione su cui stava lavorando. Da qui l’idea di usarla per sconfiggere l’Alzheimer. «Abbiamo compiuto delle analisi - ha spiegato Wischik - sugli effetti della medicina a 24 settimane dall’inizio della terapia e a 50 settimane: i risultati sono due volte e mezzo migliori di quelli ottenuti da altri trattamenti». I ricercatori stanno già cercando di capire se Rember può anche prevenire, oltre che curare, la malattia. La svolta, dunque, c’è, è significativa, ma potrebbe essere troppo presto per cantare vittoria: la sperimentazione, infatti, è stata condotta su pazienti affetti da Alzheimer a un livello «moderato». Non ci sono quindi dati disponibili per capire se anche i malati in stato avanzato potranno beneficiare della medicina.

«Nei test preliminari Rember ha ridotto la riduzione di pressione sanguigna in quelle parti del cervello che sono importanti per la memoria - ha sottolineato Rebecca Wood, direttrice dell’Alzheimer Research Trust, l’associazione britannica che raccoglie i fondi per la ricerca sulla malattia -. Ora abbiamo bisogno di nuovi controlli per accertare che non ci siano effetti collaterali». Wood ha però sottolineato come la sperimentazione sia stata finanziata da una casa farmaceutica. Come dire: una sconfitta del pubblico nei confronti del privato.

Con tutti i se e i ma del caso, Rember funziona e chi ha fatto da cavia oggi ringrazia. A Jimmy Hardie, 72 anni, l’Alzheimer venne diagnosticato tre anni fa: buchi di memoria, repentini cambi d’umore, incapacità di gestire le azioni quotidiane. «Ora riesce a pianificare la sua giornata, e se va nel casotto degli attrezzi per qualche lavoretto non ha più bisogno di chiedere aiuto e si ricorda cosa deve fare», ha spiegato la moglie Dorothy, 69 anni ed ex infermiera.



+ "Potrebbe essere la chiave giusta"

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=868&ID_sezione=243&sezione=News