Medicina: Turchia, scoperto antiemorragico rivoluzionario
Si chiama Ankaferd antiemorragico (in sigla Abs) ed è un nuovo rivoluzionario farmaco scoperto da un ricercatore turco in grado di bloccare qualunque emorragia esterna in pochi secondi. Lo rende noto il quotidiano Today's Zaman che definisce il nuovo prodotto "la scoperta del secolo" nel campo dei farmaci antiemorragici e che, per il momento, è stato registrato e commercializzato in Turchia, in Bosnia e in Erzegovina. L'Abs, come spiega il giornale, è un farmaco di origine organica che è stato sottoposto a sperimentazione in 682 ospedali e oltre 500 ambulanze come agente emostatico, mentre i test clinici riguardanti citotossicità (ovvero la tossicità per le cellule), irritazione della pelle, sensibilizzazione e sterilità, condotti presso l'Università Hacettepe di Ankara, hanno dato esiti talmente positivi da convincere il ninistero della Sanità a registrare il nuovo prodotto. Huseyin Cahit Firat, inventore del miracoloso farmaco, non è un dottore in medicina bensì un ex uomo d'affari, giornalista e studioso di economia appassionato di erboristeria che dopo 30 anni di studi ha scoperto che la combinazione ottenuta in laboratorio mescolando galangal (una radice simile a quella dello zenzero infatti è chiamata anche "zenzero blu") molto usata nella cucina thailandese e vietnamita, ortica, foglie di vite, liquirizia e timo, può costituire un potente antiemorragico. Come ha dichiarato lo stesso scopritore, "a differenza di altri farmaci analoghi, l'Abs è in grado di arrestare le emorragie esterne senza coagulare il sangue ma agisce creando un rete di proteine che in pochi secondi bloccano il flusso ematico". L'Abs rappresenta inoltre l'unico prodotto in grado di arrestare le emorragie gengivarie nei pazienti emofiliaci e diabetici.
http://unionesarda.ilsole24ore.com/Articoli/News/103278
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lunedì 26 gennaio 2009
lunedì 15 settembre 2008
FARMACO CONTRO RICADUTA DEL TUMORE AL SENO
Tumori al seno, un farmaco in grado di ridurre
del 25% il rischio di ricaduta
ROMA, (14 settembre) - L'aggiunta di un farmaco al cocktail di medicinali usati nella chemioterapia del tumore al seno dopo intervento chirurgico, è riuscito ad abbassare del 25% il rischio di ricaduta. È il maggior dato ottenuto da uno studio condotto in 50 centri oncologici italiani su quasi 1000 donne presentato oggi al congresso della società europea di oncologia in corso a Stoccolma. «Si tratta di uno dei migliori risultati mai ottenuti su questo gruppo di pazienti», ha commentato il coordinatore della ricerca Francesco Cognetti, direttore dell'Oncologia medica del Regina Elena di Roma.
Lo studio condotto in collaborazione con l'università Federico II di Napoli, ha preso in considerazione 998 malate che avevano un tumore al seno e più di 3 linfonodi intaccati da metastasi. Dopo l'intervento chirurgico un gruppo di donne è stato trattato con una combinazione di farmaci a base di epirubicina più CMF; ad un secondo gruppo è stato somministrato oltre al precedente protocollo anche un medicinale a base di docetaxel. Dopo 62 mesi i dati ottenuti nella nuova terapia hanno mostrato una riduzione di un quarto del rischio relativo di ricaduta e di un terzo di morte.
Il carcinoma della mammella è la neoplasia maligna più frequente nella donna: ne colpisce una su 10, oltre 31.000 nuovi casi ogni anno in Italia.
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=31008&sez=HOME_SCIENZA
del 25% il rischio di ricaduta
ROMA, (14 settembre) - L'aggiunta di un farmaco al cocktail di medicinali usati nella chemioterapia del tumore al seno dopo intervento chirurgico, è riuscito ad abbassare del 25% il rischio di ricaduta. È il maggior dato ottenuto da uno studio condotto in 50 centri oncologici italiani su quasi 1000 donne presentato oggi al congresso della società europea di oncologia in corso a Stoccolma. «Si tratta di uno dei migliori risultati mai ottenuti su questo gruppo di pazienti», ha commentato il coordinatore della ricerca Francesco Cognetti, direttore dell'Oncologia medica del Regina Elena di Roma.
Lo studio condotto in collaborazione con l'università Federico II di Napoli, ha preso in considerazione 998 malate che avevano un tumore al seno e più di 3 linfonodi intaccati da metastasi. Dopo l'intervento chirurgico un gruppo di donne è stato trattato con una combinazione di farmaci a base di epirubicina più CMF; ad un secondo gruppo è stato somministrato oltre al precedente protocollo anche un medicinale a base di docetaxel. Dopo 62 mesi i dati ottenuti nella nuova terapia hanno mostrato una riduzione di un quarto del rischio relativo di ricaduta e di un terzo di morte.
Il carcinoma della mammella è la neoplasia maligna più frequente nella donna: ne colpisce una su 10, oltre 31.000 nuovi casi ogni anno in Italia.
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=31008&sez=HOME_SCIENZA
sabato 2 agosto 2008
MEDICINA-ALZHEIMER-SCOPERTO NUOVO FARMACO
"Un colorante curerà l'Alzheimer"
Nuovo farmaco scoperto in Scozia: fermerebbe la progressione della malattia
MATTIA B. BAGNOLI
LONDRA
Nella battaglia contro l’Alzheimer la Gran Bretagna segna un punto importante. La nuova speranza per i malati affetti dalla sindrome di demenza acuta si chiama Rember, una rivoluzionaria medicina messa a punto dalla TauRx Therapeutics e testata dai ricercatori dell’università di Aberdeen, Scozia. Presentata a Chicago nell’ambito della Conferenza Internazionale sull’Alzheimer, la sostanza - provata su 321 pazienti - ha dimostrato, paragonata ad altri trattamenti, di poter ridurre di oltre 80 punti percentuali la progressione della malattia.
Nonostante la terapia messa appunto dagli scienziati britannici non faccia regredire il male ma lo stabilizzi, «Rember» appare come la scoperta più importante dal 1907, anno in cui lo psichiatra tedesco Alois Alzheimer individuò il morbo che porta il suo nome. Se i test necessari a rendere commerciabile la «pillola delle meraviglie» avranno successo, Rember potrebbe raggiungere il mercato già nel 2012. «È la prima volta che una medicina si dimostra effettivamente capace di migliorare la condizione di chi è affetto da questa malattia», ha commentato il dottor Clive Ballard, ricercatore capo dell’Alzheimer Society.
«È un risultato senza precedenti - ha spiegato Claude Wischik, l’autore della scoperta e co-fondatore della TauRx Therapeutics -. Siamo stati capaci di dimostrare che è possibile arrestare la progressione della malattia agendo sugli aggregati proteici responsabili della degenerazione cellulare». Il trattamento sviluppato da Wischik attacca direttamente la proteina Tau, la responsabile dei vuoti di memoria cronici che caratterizzano la malattia.
E come spesso accaduto nelle invenzioni, Rember è stata scoperta per caso. Il principio attivo che sta alla base del medicinale, la metiltionina cloruro, è normalmente usato come colorante chimico. Il professor Wischik, però, si è reso conto che distrugge la proteina Tau versandone qualche goccia, in modo accidentale, in un campione su cui stava lavorando. Da qui l’idea di usarla per sconfiggere l’Alzheimer. «Abbiamo compiuto delle analisi - ha spiegato Wischik - sugli effetti della medicina a 24 settimane dall’inizio della terapia e a 50 settimane: i risultati sono due volte e mezzo migliori di quelli ottenuti da altri trattamenti». I ricercatori stanno già cercando di capire se Rember può anche prevenire, oltre che curare, la malattia. La svolta, dunque, c’è, è significativa, ma potrebbe essere troppo presto per cantare vittoria: la sperimentazione, infatti, è stata condotta su pazienti affetti da Alzheimer a un livello «moderato». Non ci sono quindi dati disponibili per capire se anche i malati in stato avanzato potranno beneficiare della medicina.
«Nei test preliminari Rember ha ridotto la riduzione di pressione sanguigna in quelle parti del cervello che sono importanti per la memoria - ha sottolineato Rebecca Wood, direttrice dell’Alzheimer Research Trust, l’associazione britannica che raccoglie i fondi per la ricerca sulla malattia -. Ora abbiamo bisogno di nuovi controlli per accertare che non ci siano effetti collaterali». Wood ha però sottolineato come la sperimentazione sia stata finanziata da una casa farmaceutica. Come dire: una sconfitta del pubblico nei confronti del privato.
Con tutti i se e i ma del caso, Rember funziona e chi ha fatto da cavia oggi ringrazia. A Jimmy Hardie, 72 anni, l’Alzheimer venne diagnosticato tre anni fa: buchi di memoria, repentini cambi d’umore, incapacità di gestire le azioni quotidiane. «Ora riesce a pianificare la sua giornata, e se va nel casotto degli attrezzi per qualche lavoretto non ha più bisogno di chiedere aiuto e si ricorda cosa deve fare», ha spiegato la moglie Dorothy, 69 anni ed ex infermiera.
+ "Potrebbe essere la chiave giusta"
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=868&ID_sezione=243&sezione=News
Nuovo farmaco scoperto in Scozia: fermerebbe la progressione della malattia
MATTIA B. BAGNOLI
LONDRA
Nella battaglia contro l’Alzheimer la Gran Bretagna segna un punto importante. La nuova speranza per i malati affetti dalla sindrome di demenza acuta si chiama Rember, una rivoluzionaria medicina messa a punto dalla TauRx Therapeutics e testata dai ricercatori dell’università di Aberdeen, Scozia. Presentata a Chicago nell’ambito della Conferenza Internazionale sull’Alzheimer, la sostanza - provata su 321 pazienti - ha dimostrato, paragonata ad altri trattamenti, di poter ridurre di oltre 80 punti percentuali la progressione della malattia.
Nonostante la terapia messa appunto dagli scienziati britannici non faccia regredire il male ma lo stabilizzi, «Rember» appare come la scoperta più importante dal 1907, anno in cui lo psichiatra tedesco Alois Alzheimer individuò il morbo che porta il suo nome. Se i test necessari a rendere commerciabile la «pillola delle meraviglie» avranno successo, Rember potrebbe raggiungere il mercato già nel 2012. «È la prima volta che una medicina si dimostra effettivamente capace di migliorare la condizione di chi è affetto da questa malattia», ha commentato il dottor Clive Ballard, ricercatore capo dell’Alzheimer Society.
«È un risultato senza precedenti - ha spiegato Claude Wischik, l’autore della scoperta e co-fondatore della TauRx Therapeutics -. Siamo stati capaci di dimostrare che è possibile arrestare la progressione della malattia agendo sugli aggregati proteici responsabili della degenerazione cellulare». Il trattamento sviluppato da Wischik attacca direttamente la proteina Tau, la responsabile dei vuoti di memoria cronici che caratterizzano la malattia.
E come spesso accaduto nelle invenzioni, Rember è stata scoperta per caso. Il principio attivo che sta alla base del medicinale, la metiltionina cloruro, è normalmente usato come colorante chimico. Il professor Wischik, però, si è reso conto che distrugge la proteina Tau versandone qualche goccia, in modo accidentale, in un campione su cui stava lavorando. Da qui l’idea di usarla per sconfiggere l’Alzheimer. «Abbiamo compiuto delle analisi - ha spiegato Wischik - sugli effetti della medicina a 24 settimane dall’inizio della terapia e a 50 settimane: i risultati sono due volte e mezzo migliori di quelli ottenuti da altri trattamenti». I ricercatori stanno già cercando di capire se Rember può anche prevenire, oltre che curare, la malattia. La svolta, dunque, c’è, è significativa, ma potrebbe essere troppo presto per cantare vittoria: la sperimentazione, infatti, è stata condotta su pazienti affetti da Alzheimer a un livello «moderato». Non ci sono quindi dati disponibili per capire se anche i malati in stato avanzato potranno beneficiare della medicina.
«Nei test preliminari Rember ha ridotto la riduzione di pressione sanguigna in quelle parti del cervello che sono importanti per la memoria - ha sottolineato Rebecca Wood, direttrice dell’Alzheimer Research Trust, l’associazione britannica che raccoglie i fondi per la ricerca sulla malattia -. Ora abbiamo bisogno di nuovi controlli per accertare che non ci siano effetti collaterali». Wood ha però sottolineato come la sperimentazione sia stata finanziata da una casa farmaceutica. Come dire: una sconfitta del pubblico nei confronti del privato.
Con tutti i se e i ma del caso, Rember funziona e chi ha fatto da cavia oggi ringrazia. A Jimmy Hardie, 72 anni, l’Alzheimer venne diagnosticato tre anni fa: buchi di memoria, repentini cambi d’umore, incapacità di gestire le azioni quotidiane. «Ora riesce a pianificare la sua giornata, e se va nel casotto degli attrezzi per qualche lavoretto non ha più bisogno di chiedere aiuto e si ricorda cosa deve fare», ha spiegato la moglie Dorothy, 69 anni ed ex infermiera.
+ "Potrebbe essere la chiave giusta"
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=868&ID_sezione=243&sezione=News
lunedì 2 giugno 2008
TUMORE AL RENE-SPERANZE DA UN NUOVO FARMACO
TUMORE AL RENE-SPERANZE DA UN NUOVO FARMACO
2-06-2008
(AGI) - Chicago - Circa 200.000 nuovi malati l'anno, 8.500 solo in Italia, con una mortalita' del 50 per cento, e una crescita esponenziale dei casi, aumentati del 350 per cento dagli anni '60 ad oggi. Sono i numeri del tumore al rene, non uno dei principali 'big killer' ma uno dei tumori piu' difficili da trattare "perche' non esistono screening di nessun tipo, da' pochi segni di se' e quei pochi sono aspecifici, ed e' quindi molto difficile arrivare a una diagnosi precoce". Il prof. Camillo Porta, oncologo all'Ircss San Matteo di Pavia, spiega cosi' il preoccupante aumento non solo di nuovi casi, ma anche delle forme piu' avanzate, dove si raggiunge il 100 per 100 di mortalita'. "Il 35 per cento dei casi che vengono diagnosticati - spiega infatti l'oncologo - sono gia' in una fase incurabile, e un altro 35 per cento in fase abbastanza avanzata da rischiare con quasi certezza lo sviluppo di metastasi nel tempo". In ogni caso, "se fino a pochi anni fa praticamente non c'erano terapie efficaci", oggi con i nuovi farmaci biologici le speranze per i pazienti sono moltiplicate. E' il caso del 'bevacizumab', primo anticorpo monoclonale che inibisce l'angiogenesi, cioe' di fatto 'affama' il tumore. Lo studio Avoren presentato al congresso di oncologia Asco a Chicago conferma che l'aggiunta di 'bevacizumab' alla terapia standard a base di interferone prolunga in maniera significativa il tempo in cui i pazienti vivono senza un peggioramento della malattia. "Nel corso dell'Asco di quest'anno - conferma Porta - e' stata posta in luce l'attivita' dei farmaci 'a bersaglio molecolare', e del bevacizumab in particolare, nel trattamento del tumore al rene, attivita' che permettera' a un sempre maggior numero di pazienti di convivere, anche a lungo, con la propria malattia". (AGI)
http://salute.agi.it/primapagina/notizie/200806021404-hpg-rsa0011-art.html
2-06-2008
(AGI) - Chicago - Circa 200.000 nuovi malati l'anno, 8.500 solo in Italia, con una mortalita' del 50 per cento, e una crescita esponenziale dei casi, aumentati del 350 per cento dagli anni '60 ad oggi. Sono i numeri del tumore al rene, non uno dei principali 'big killer' ma uno dei tumori piu' difficili da trattare "perche' non esistono screening di nessun tipo, da' pochi segni di se' e quei pochi sono aspecifici, ed e' quindi molto difficile arrivare a una diagnosi precoce". Il prof. Camillo Porta, oncologo all'Ircss San Matteo di Pavia, spiega cosi' il preoccupante aumento non solo di nuovi casi, ma anche delle forme piu' avanzate, dove si raggiunge il 100 per 100 di mortalita'. "Il 35 per cento dei casi che vengono diagnosticati - spiega infatti l'oncologo - sono gia' in una fase incurabile, e un altro 35 per cento in fase abbastanza avanzata da rischiare con quasi certezza lo sviluppo di metastasi nel tempo". In ogni caso, "se fino a pochi anni fa praticamente non c'erano terapie efficaci", oggi con i nuovi farmaci biologici le speranze per i pazienti sono moltiplicate. E' il caso del 'bevacizumab', primo anticorpo monoclonale che inibisce l'angiogenesi, cioe' di fatto 'affama' il tumore. Lo studio Avoren presentato al congresso di oncologia Asco a Chicago conferma che l'aggiunta di 'bevacizumab' alla terapia standard a base di interferone prolunga in maniera significativa il tempo in cui i pazienti vivono senza un peggioramento della malattia. "Nel corso dell'Asco di quest'anno - conferma Porta - e' stata posta in luce l'attivita' dei farmaci 'a bersaglio molecolare', e del bevacizumab in particolare, nel trattamento del tumore al rene, attivita' che permettera' a un sempre maggior numero di pazienti di convivere, anche a lungo, con la propria malattia". (AGI)
http://salute.agi.it/primapagina/notizie/200806021404-hpg-rsa0011-art.html
venerdì 22 febbraio 2008
OSTEOPOROSI:LA CURA "UNA VOLTA" ALL'ANNO
Osteoporosi: la cura «una volta» all'anno
Arriva anche in Italia una nuova modalità di trattamento (solo ospedaliera) in infusione
MILANO - Una infusione all’anno contro l’osteoporosi. E’ l’ultima novità in arrivo per contrastare la malattia che rende fragili le ossa, esponendo al rischio di fratture, soprattutto del femore e delle vertebre, in particolare le donne anziane. L’infusione in questione è a base di acido zoledronico alla dose di 5 milligrammi, e potrà essere prescritta a praticata solo in ospedale. Secondo i dati resi noti in occasione della presentazione del farmaco la riduzione di fratture arriverebbe al 35% . In Italia ogni anno si stimano circa 80 mila casi di persone che vanno incontro a frattura al femore, e che nel 25% dei casi, soffrono una seconda frattura. Spiega Umberto Tarantino, Professore Ordinario di Malattie dell’Apparato Locomotore- Università degli Studi di Roma Tor Vergata: «Il fenomeno delle ri-fratture è correlato al fatto che la maggior parte delle pazienti, dal 40 al 60%, non si presentano nemmeno alla prima visita di controllo in ospedale, un mese dopo l’intervento al femore; non seguite adeguatamente, le pazienti vanno incontro alle note ulteriori complicanze e rifratture. Va poi considerato che tra le pazienti che iniziano un trattamento terapeutico, registriamo un tasso di aderenza alla terapia inferiore al 50% (cioè meno di 6 mesi/anno) che, secondo evidenze cliniche, non genera alcuna protezione dalla ri-frattura».
COSTI - Ogni infusione costa 280 euro, totalmente a carico del Servizio Sanitario. Un prezzo considerevole, che però, secondo gli esperti presenti alla conferenza stampa di presentazione del farmaco a Milano il 19 febbraio, sè compensato dal risparmio complessivo che si può conseguire sul fenomeno fatture. Il rischio di fratture e ri-fratture da osteoporosi spesso non adeguatamente diagnosticato e trattato comporta infatti- è stato sottolineato- costi notevoli per il Servizio sanitario. In Italia per il 2009 si stimano costi a carico del Ssn per fratture e ri-fratture al femore pari a circa 1.211 milioni di Euro, di cui 212 milioni solo per le ri-fratture. «Il trattamento farmacologico in monosomministrazione annuale rappresenta la soluzione. Trattare tutti i pazienti che subiscono una frattura di femore con l’acido zoledronico una volta l’anno, ridurrebbe le ri-fratture di femore del 30%, diminuendo quindi anche i decessi successivi, assicurando un’aderenza alla terapia del 100% e con un risparmio netto valutato in circa 50 milioni di Euro/anno per il Servizio sanitario nazionale, è il primo farmaco che, pur dimostrando una maggiore efficacia rispetto alle terapie esistenti, ha un costo più basso dei generici» ha spiegato Silvano Adami, docente di Reumatologia all'università di Verona e direttore del Centro di riferimento regionale per l'osteoporosi di Valeggio sul Mincio (Verona).
«Una soluzione per un problema difficile - conferma Umberto Tarantino, ordinario di Malattie dell'apparato locomotore all'università di Roma Tor Vergata - Oggi, infatti, almeno il 40% degli oltre 80 mila pazienti italiani colpiti ogni anno da una frattura al femore viene trattato per la frattura, ma non per l'osteoporosi». Dopo le dimissioni «il 40-60% dei malati sfugge anche alla prima visita di controllo in ospedale, e fra i pazienti in terapia antiosteoporosi il tasso di aderenza al trattamento è inferiore al 50% e sotto al 27% nella metà delle donne in cura». Risultato: entro tre anni il 25% incorre in una seconda frattura».
http://www.blogger.com/post-create.g?blogID=6403792975617286257
Arriva anche in Italia una nuova modalità di trattamento (solo ospedaliera) in infusione
MILANO - Una infusione all’anno contro l’osteoporosi. E’ l’ultima novità in arrivo per contrastare la malattia che rende fragili le ossa, esponendo al rischio di fratture, soprattutto del femore e delle vertebre, in particolare le donne anziane. L’infusione in questione è a base di acido zoledronico alla dose di 5 milligrammi, e potrà essere prescritta a praticata solo in ospedale. Secondo i dati resi noti in occasione della presentazione del farmaco la riduzione di fratture arriverebbe al 35% . In Italia ogni anno si stimano circa 80 mila casi di persone che vanno incontro a frattura al femore, e che nel 25% dei casi, soffrono una seconda frattura. Spiega Umberto Tarantino, Professore Ordinario di Malattie dell’Apparato Locomotore- Università degli Studi di Roma Tor Vergata: «Il fenomeno delle ri-fratture è correlato al fatto che la maggior parte delle pazienti, dal 40 al 60%, non si presentano nemmeno alla prima visita di controllo in ospedale, un mese dopo l’intervento al femore; non seguite adeguatamente, le pazienti vanno incontro alle note ulteriori complicanze e rifratture. Va poi considerato che tra le pazienti che iniziano un trattamento terapeutico, registriamo un tasso di aderenza alla terapia inferiore al 50% (cioè meno di 6 mesi/anno) che, secondo evidenze cliniche, non genera alcuna protezione dalla ri-frattura».
COSTI - Ogni infusione costa 280 euro, totalmente a carico del Servizio Sanitario. Un prezzo considerevole, che però, secondo gli esperti presenti alla conferenza stampa di presentazione del farmaco a Milano il 19 febbraio, sè compensato dal risparmio complessivo che si può conseguire sul fenomeno fatture. Il rischio di fratture e ri-fratture da osteoporosi spesso non adeguatamente diagnosticato e trattato comporta infatti- è stato sottolineato- costi notevoli per il Servizio sanitario. In Italia per il 2009 si stimano costi a carico del Ssn per fratture e ri-fratture al femore pari a circa 1.211 milioni di Euro, di cui 212 milioni solo per le ri-fratture. «Il trattamento farmacologico in monosomministrazione annuale rappresenta la soluzione. Trattare tutti i pazienti che subiscono una frattura di femore con l’acido zoledronico una volta l’anno, ridurrebbe le ri-fratture di femore del 30%, diminuendo quindi anche i decessi successivi, assicurando un’aderenza alla terapia del 100% e con un risparmio netto valutato in circa 50 milioni di Euro/anno per il Servizio sanitario nazionale, è il primo farmaco che, pur dimostrando una maggiore efficacia rispetto alle terapie esistenti, ha un costo più basso dei generici» ha spiegato Silvano Adami, docente di Reumatologia all'università di Verona e direttore del Centro di riferimento regionale per l'osteoporosi di Valeggio sul Mincio (Verona).
«Una soluzione per un problema difficile - conferma Umberto Tarantino, ordinario di Malattie dell'apparato locomotore all'università di Roma Tor Vergata - Oggi, infatti, almeno il 40% degli oltre 80 mila pazienti italiani colpiti ogni anno da una frattura al femore viene trattato per la frattura, ma non per l'osteoporosi». Dopo le dimissioni «il 40-60% dei malati sfugge anche alla prima visita di controllo in ospedale, e fra i pazienti in terapia antiosteoporosi il tasso di aderenza al trattamento è inferiore al 50% e sotto al 27% nella metà delle donne in cura». Risultato: entro tre anni il 25% incorre in una seconda frattura».
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