IL RUMORE DEL TRAFFICO AUMENTA IL RISCHIO DI INFARTO
Le persone che vivono in citta' e, in particolare, in zone altamente trafficate sono a rischio infarto. Almeno questo e' quanto emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori del Karolinska Institute di Stoccolma (Svezia) e pubblicato sulla rivista Epidemiology. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori, coordinati da Goran Pershagen, hanno confrontato i dati di 1.571 persone di Stoccolma che hanno subito un attacco cardiaco tra il 1992 eil 1994 con un gruppo di controllo. In particolare, sono stati identificati tutti gli indirizzi delle abitazioni dei soggetti ed e' stato misurato il rumore del traffico in ogni singola zona studiata. Le informazioni riguardanti l'esposizione all'inquinamento e altri fattori di rischio di attaco cardiaco sono state raccolte attraverso questionari e interviste. Una volta escluse tutte le persone che avevano problemi di udito o che sono state esposte ad altre particolari fonti di rumore, i ricercatori hanno scoperto che le persone esposte al rumore del traffico - superiore a 50 decibel - avevano il 40 per cento di probabilita' in piu' di subire un attacco cardiaco rispetto alle persone che vivono in zone relativamente tranquille. Per i ricercatori il traffico 'pesante' si aggira intorno agli 80-90 decibel. ''Anche se occorre fare piu' ricerca per stabilire una precisa correlazione tra il rumore del traffico stradale e il rischio di subire attacchi cardiaci, i nostri risultati sono comunque supportati da altri studi che hanno mostrato gli effetti cardiovascolari del rumore'', ha detto Pershangen.
(03 febbraio 2009)
http://www.repubblica.it/ultimora/24ore/IL-RUMORE-DEL-TRAFFICO-AUMENTA-IL-RISCHIO-DI-INFARTO/news-dettaglio/3534306
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martedì 3 febbraio 2009
giovedì 11 dicembre 2008
Bambini: il primo anno di vita è quello a maggior rischio
il Giornale.it
n. 296 del 2008-12-11 pagina 0
Bambini: il primo anno di vita
è quello a maggior rischio
di Tiziana Paolocci
Roma, presentato al Bambino Gesù il rapporto europeo sulla salute di mamme e neonati. L’Italia supera l’esame ma resta troppo alto il ricorso al parto cesareo
Il Bambino Gesù punto di riferimento per la salute materno infantile in Italia. Ieri presso l’ospedale pediatrico di Roma è stato presentato il rapporto europeo sulla salute di mamma e figlio, dalla gravidanza al primo anno di vita del bambino, che riporta i risultati di quattro importanti progetti finanziati dalla Commissione Europea. Si tratta di Euro-Peristat, che ha sviluppato gli indicatori per il monitoraggio e ha coordinato l’analisi dei dati, Euroneostat, che riguarda i nati pretermine ricoverati in terapia intensiva neonatale, Eurocat e Scpe, che monitorizzano rispettivamente le malformazioni congenite e le paralisi cerebrali.
Per la prima volta è disponibile un quadro completo e dettagliato che integra risultati provenienti da fonti diverse: dati correnti, sia di tipo anagrafico che sanitario e gestionale, e risultati di progetti specifici. Il rapporto è frutto della collaborazione di un ampio gruppo internazionale di epidemiologi, biostatistici e clinici, coordinato dall’Institut national de la santé et de la recherche médicale di Parigi (Francia), mentre nel nostro Paese Euro-Peristat è stato coordinato proprio dal Bambino Gesù in collaborazione con l’Istat.
Il dato più significativo svela che, nonostante i grandi progressi di questi ultimi decenni, il primo anno di vita e in particolare il primo mese, rappresenta ancora un periodo a rischio per i piccoli. Ogni anno, infatti, in Europa circa 25.000 bambini nascono morti, e altrettanti muoiono entro i primi 12 mesi. Tra quelli che sopravvivono circa 90mila presentano malformazioni di origine congenita, e altri 40mila hanno disabilità gravi. Persistono, poi, importanti diseguaglianze sia tra i diversi Paesi europei che all’interno dello stesso Paese, come dimostra Euro-Peristat che ha analizzato, in maniera comparativa, 26 nazioni. Su mille nati vivi, a esempio, il numero di quelli che perdono la vita nei paesi scandinavi nel primo anno varia da 3 in Svezia e Norvegia a 8.1 in Lituania e 9.4 in Lettonia, mentre in Italia il 4 su 1000.
Grave anche il risultato della mortalità neonatale: i morti nei primi 28 giorni di vita per 1000 nati vivi sono circa 2 in Svezia e Norvegia, 4.9 in Polonia, 5.7 in Lettonia e 2.8 in Italia. L’evidente squilibrio tra il Nord e il Sud dell’Europa solleva problemi sulla adeguatezza di una identica definizione per popolazioni diverse. I nati pretermine, invece, con età gestazionale inferiore a 37 settimane compiute, sono il 5.3 per cento in Lituania, il 5.6 in Finlandia, il 5.7 in Lettonia fino all’ 8.9 in Germania, l’11.4 in Austria e il 12.2 nella Repubblica Ceca (6.8 per cento in Italia). Nel nostro paese, poi, si registra un numero altissimo di cesarei, il 38 per cento delle nascite, mentre la percentuale in Slovenia è del 14 per cento, del 15 in Olanda e del 33 per cento in Portogallo.
Non esiste alcun Paese, in sintesi, che occupi sempre la migliore posizione per tutti gli indicatori. Tutti hanno punti di forza e altri su cui vi è necessità di miglioramento. Ed è necessario comprendere le ragioni di questa variabilità per poter formulare interventi efficaci di prevenzione. L’Italia occupa una posizione nel complesso buona, in linea con quelle degli altri Paesi occidentali, per la maggior parte degli indicatori di salute analizzati. Il nostro Paese si differenzia maggiormente, invece, per alcuni valori di utilizzo dei servizi sanitari. Ad esempio, abbiamo un tasso piuttosto elevato di episiotomie (52 per cento dei parti vaginali), superati in questo soltanto da Repubblica Ceca, Belgio e Spagna. E soprattutto, abbiamo in assoluto il tasso di parti cesarei più alto in Europa (37.8 per cento nel 2003): un dato spiegabile solo parzialmente con l’alta percentuale di nascite da donne di 35 anni o più. L’alta frequenza del parto cesareo in Italia si conferma anche per i dati più recenti (37.3 per cento nel 2005), con una grande variabilità tra le regioni: 22.5 per cento in Valle d’Aosta, 24 per cento in Friuli e Toscana, 42 per cento in Lazio, 52.8 in Sicilia, e 59.6 in Campania.
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© SOCIETÀ EUROPEA DI EDIZIONI SPA - Via G. Negri 4 - 20123 Milano
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=313659
n. 296 del 2008-12-11 pagina 0
Bambini: il primo anno di vita
è quello a maggior rischio
di Tiziana Paolocci
Roma, presentato al Bambino Gesù il rapporto europeo sulla salute di mamme e neonati. L’Italia supera l’esame ma resta troppo alto il ricorso al parto cesareo
Il Bambino Gesù punto di riferimento per la salute materno infantile in Italia. Ieri presso l’ospedale pediatrico di Roma è stato presentato il rapporto europeo sulla salute di mamma e figlio, dalla gravidanza al primo anno di vita del bambino, che riporta i risultati di quattro importanti progetti finanziati dalla Commissione Europea. Si tratta di Euro-Peristat, che ha sviluppato gli indicatori per il monitoraggio e ha coordinato l’analisi dei dati, Euroneostat, che riguarda i nati pretermine ricoverati in terapia intensiva neonatale, Eurocat e Scpe, che monitorizzano rispettivamente le malformazioni congenite e le paralisi cerebrali.
Per la prima volta è disponibile un quadro completo e dettagliato che integra risultati provenienti da fonti diverse: dati correnti, sia di tipo anagrafico che sanitario e gestionale, e risultati di progetti specifici. Il rapporto è frutto della collaborazione di un ampio gruppo internazionale di epidemiologi, biostatistici e clinici, coordinato dall’Institut national de la santé et de la recherche médicale di Parigi (Francia), mentre nel nostro Paese Euro-Peristat è stato coordinato proprio dal Bambino Gesù in collaborazione con l’Istat.
Il dato più significativo svela che, nonostante i grandi progressi di questi ultimi decenni, il primo anno di vita e in particolare il primo mese, rappresenta ancora un periodo a rischio per i piccoli. Ogni anno, infatti, in Europa circa 25.000 bambini nascono morti, e altrettanti muoiono entro i primi 12 mesi. Tra quelli che sopravvivono circa 90mila presentano malformazioni di origine congenita, e altri 40mila hanno disabilità gravi. Persistono, poi, importanti diseguaglianze sia tra i diversi Paesi europei che all’interno dello stesso Paese, come dimostra Euro-Peristat che ha analizzato, in maniera comparativa, 26 nazioni. Su mille nati vivi, a esempio, il numero di quelli che perdono la vita nei paesi scandinavi nel primo anno varia da 3 in Svezia e Norvegia a 8.1 in Lituania e 9.4 in Lettonia, mentre in Italia il 4 su 1000.
Grave anche il risultato della mortalità neonatale: i morti nei primi 28 giorni di vita per 1000 nati vivi sono circa 2 in Svezia e Norvegia, 4.9 in Polonia, 5.7 in Lettonia e 2.8 in Italia. L’evidente squilibrio tra il Nord e il Sud dell’Europa solleva problemi sulla adeguatezza di una identica definizione per popolazioni diverse. I nati pretermine, invece, con età gestazionale inferiore a 37 settimane compiute, sono il 5.3 per cento in Lituania, il 5.6 in Finlandia, il 5.7 in Lettonia fino all’ 8.9 in Germania, l’11.4 in Austria e il 12.2 nella Repubblica Ceca (6.8 per cento in Italia). Nel nostro paese, poi, si registra un numero altissimo di cesarei, il 38 per cento delle nascite, mentre la percentuale in Slovenia è del 14 per cento, del 15 in Olanda e del 33 per cento in Portogallo.
Non esiste alcun Paese, in sintesi, che occupi sempre la migliore posizione per tutti gli indicatori. Tutti hanno punti di forza e altri su cui vi è necessità di miglioramento. Ed è necessario comprendere le ragioni di questa variabilità per poter formulare interventi efficaci di prevenzione. L’Italia occupa una posizione nel complesso buona, in linea con quelle degli altri Paesi occidentali, per la maggior parte degli indicatori di salute analizzati. Il nostro Paese si differenzia maggiormente, invece, per alcuni valori di utilizzo dei servizi sanitari. Ad esempio, abbiamo un tasso piuttosto elevato di episiotomie (52 per cento dei parti vaginali), superati in questo soltanto da Repubblica Ceca, Belgio e Spagna. E soprattutto, abbiamo in assoluto il tasso di parti cesarei più alto in Europa (37.8 per cento nel 2003): un dato spiegabile solo parzialmente con l’alta percentuale di nascite da donne di 35 anni o più. L’alta frequenza del parto cesareo in Italia si conferma anche per i dati più recenti (37.3 per cento nel 2005), con una grande variabilità tra le regioni: 22.5 per cento in Valle d’Aosta, 24 per cento in Friuli e Toscana, 42 per cento in Lazio, 52.8 in Sicilia, e 59.6 in Campania.
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lunedì 4 agosto 2008
ESTATE-MARE-RISCHIO OTITE
Occhio alle orecchie
Paolo Giorgi *
Tempo d'estate. Di mare. E di otiti. Milioni di italiani fanno il bagno incuranti dei rischi per le orecchie. Il professor Gaetano Paludetti, direttore dell'Istituto di Clinica Otorinolaringoiatrica del Policlinico Gemelli, lancia l'allarme: "D'estate aumentano le otiti esterne, con dermatiti, foruncoli, infiammazioni
I pazienti si lamentano del dolore e del prurito". Colpa dell'acqua, o meglio della sporcizia che c'è ormai in quasi tutti i mari. "Facendo il bagno - spiega Paludetti - si viene a contatto con batteri, funghi, stafilococchi e sostanze inquinanti che entrano nelle orecchie, una delle zone più indifese e a rischio, e lì ristagnano creando infezioni superficiali". I batteri trovano nell'orecchio una casa ideale: l'acqua resta nelle cavità molto più a lungo, si insinua nelle deviazioni del condotto uditivo, e le infezioni hanno modo di prosperare, anche perché la pelle "in umido" è soggetta a macerazione più rapida, ed è più fragile.
"Intendiamoci - precisa Paludetti - a questo livello non è grave per l'udito, perché l'infezione è esterna. Però è dolorosa, dà fitte acute". Il rimedio? La rinuncia al mare e un antibiotico locale. Ma l'ideale è la prevenzione: "Bisogna sempre asciugare bene le orecchie - specifica l'otorino - e far uscire l'acqua quando si ha la sensazione che sia rimasta nei condotti. Magari risciacquando con acqua potabile a temperatura ambiente. Per chi è più predisposto, sarebbe il caso di ungersi l'interno delle orecchie con olio d'oliva o vaselina. I tappi possono avere effetti traumatizzanti e non garantiscono l'impermeabilità. È sempre bene, comunque, fare un controllo dall'otorino prima di partire".
Occhio alle orecchie, dunque. Specie per i più piccoli, che si avventurano in lunghe ore di bagno senza badare a doloretti, premessa di qualcosa di più serio. E non basta scegliere acque pulite: sotto accusa anche le piscine, "dove spesso l'acqua è più sporca che al mare". Ma anche i mari esotici, paradossalmente troppo puliti: "Esistono forme di plancton atipici - avverte Paludetti - che proliferano nei mari del sud, e che sono terribili per le nostre orecchie 'occidentali', non abituate a questi microrganismi". Ma se le infezioni esterne sono solo dolorose, quelle più interne, causate da immersioni temerarie, possono portare fino allo sfondamento del timpano. "Se non si ha la capacità di compensare a dovere - spiega l'esperto - l'orecchio entra in crisi, c'e' un problema di pressione. Si arriva allora al barotrauma, con la formazione di cerume all'interno che dà dolore e anche un momentaneo calo di udito". Allora, se si sente dolore sott'acqua, è tassativo uscire subito. "Con la pressione crescente gli ossicini interni penetrano sempre più nella chiocciola, insistendo sul nervo acustico e causando danni spesso irreversibili. Come il timpano perforato, che tra l'altro comporta un grave rischio sott'acqua, visto che si perde l'orientamento e si rischia di annegare". Non sono esenti dal rischio neanche i seni paranasali, che possono soffrire molto la pressione: rottura dei capillari della mucosa, stravaso di sangue nei seni, emorragie dal naso, i poco gradi effetti della sinusite barotraumatica. Un parziale rimedio può essere l'assunzione prima dell'immersione di blandi farmaci vasocostrittori nel naso insieme agli antistaminici. «Niente bagno se si è raffreddati - avverte però Paludetti - e niente aereo. Se si è costretti a volare, cortisone e antistaminici a portata di mano". Sott'acqua, conclude l'otorino, "non bisogna scherzare. Lo dico soprattutto ai più giovani, ai bambini, e ai sub della domenica. L'orecchio è un organo delicatissimo".
* Agi Salute
http://iltempo.ilsole24ore.com/2008/08/04/910687-occhio_alle_orecchie.shtml
Paolo Giorgi *
Tempo d'estate. Di mare. E di otiti. Milioni di italiani fanno il bagno incuranti dei rischi per le orecchie. Il professor Gaetano Paludetti, direttore dell'Istituto di Clinica Otorinolaringoiatrica del Policlinico Gemelli, lancia l'allarme: "D'estate aumentano le otiti esterne, con dermatiti, foruncoli, infiammazioni
I pazienti si lamentano del dolore e del prurito". Colpa dell'acqua, o meglio della sporcizia che c'è ormai in quasi tutti i mari. "Facendo il bagno - spiega Paludetti - si viene a contatto con batteri, funghi, stafilococchi e sostanze inquinanti che entrano nelle orecchie, una delle zone più indifese e a rischio, e lì ristagnano creando infezioni superficiali". I batteri trovano nell'orecchio una casa ideale: l'acqua resta nelle cavità molto più a lungo, si insinua nelle deviazioni del condotto uditivo, e le infezioni hanno modo di prosperare, anche perché la pelle "in umido" è soggetta a macerazione più rapida, ed è più fragile.
"Intendiamoci - precisa Paludetti - a questo livello non è grave per l'udito, perché l'infezione è esterna. Però è dolorosa, dà fitte acute". Il rimedio? La rinuncia al mare e un antibiotico locale. Ma l'ideale è la prevenzione: "Bisogna sempre asciugare bene le orecchie - specifica l'otorino - e far uscire l'acqua quando si ha la sensazione che sia rimasta nei condotti. Magari risciacquando con acqua potabile a temperatura ambiente. Per chi è più predisposto, sarebbe il caso di ungersi l'interno delle orecchie con olio d'oliva o vaselina. I tappi possono avere effetti traumatizzanti e non garantiscono l'impermeabilità. È sempre bene, comunque, fare un controllo dall'otorino prima di partire".
Occhio alle orecchie, dunque. Specie per i più piccoli, che si avventurano in lunghe ore di bagno senza badare a doloretti, premessa di qualcosa di più serio. E non basta scegliere acque pulite: sotto accusa anche le piscine, "dove spesso l'acqua è più sporca che al mare". Ma anche i mari esotici, paradossalmente troppo puliti: "Esistono forme di plancton atipici - avverte Paludetti - che proliferano nei mari del sud, e che sono terribili per le nostre orecchie 'occidentali', non abituate a questi microrganismi". Ma se le infezioni esterne sono solo dolorose, quelle più interne, causate da immersioni temerarie, possono portare fino allo sfondamento del timpano. "Se non si ha la capacità di compensare a dovere - spiega l'esperto - l'orecchio entra in crisi, c'e' un problema di pressione. Si arriva allora al barotrauma, con la formazione di cerume all'interno che dà dolore e anche un momentaneo calo di udito". Allora, se si sente dolore sott'acqua, è tassativo uscire subito. "Con la pressione crescente gli ossicini interni penetrano sempre più nella chiocciola, insistendo sul nervo acustico e causando danni spesso irreversibili. Come il timpano perforato, che tra l'altro comporta un grave rischio sott'acqua, visto che si perde l'orientamento e si rischia di annegare". Non sono esenti dal rischio neanche i seni paranasali, che possono soffrire molto la pressione: rottura dei capillari della mucosa, stravaso di sangue nei seni, emorragie dal naso, i poco gradi effetti della sinusite barotraumatica. Un parziale rimedio può essere l'assunzione prima dell'immersione di blandi farmaci vasocostrittori nel naso insieme agli antistaminici. «Niente bagno se si è raffreddati - avverte però Paludetti - e niente aereo. Se si è costretti a volare, cortisone e antistaminici a portata di mano". Sott'acqua, conclude l'otorino, "non bisogna scherzare. Lo dico soprattutto ai più giovani, ai bambini, e ai sub della domenica. L'orecchio è un organo delicatissimo".
* Agi Salute
http://iltempo.ilsole24ore.com/2008/08/04/910687-occhio_alle_orecchie.shtml
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