Malata grave chiede l'eutanasia
L'Aquila, non ha soldi per curarsi
Una donna di Castel di Sangro, in provincia dell'Aquila, ha chiesto di essere sottoposta a eutanasia, perché non riesce a sostenere le spese per curare la sua grave forma tumorale. Da anni vive in stato di indigenza con la sola pensione d'invalidità di 250 euro al mese. "Se devo continuare a vivere così, mi si dia la possibilità di avere una morte dignitosa. Se non in Italia in un altro Paese", ha dichiarato la donna.
Nei giorni scorsi la commissione medica le ha ha rigettato l'istanza di accompagnamento: la grave malattia la costringe a percorrere ogni volta 250 chilometri per sottoporsi alle cure nel reparto di oncologia dell'ospedale di Pescara.
L'assessorato alle politiche sociali del suo comune di residenza, non avendo risorse disponibili per un sussidio, le ha offerto il patrocinio gratuito per il ricorso contro la decisione della commissione medica.
http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo436862.shtml
martedì 23 dicembre 2008
SALUTE-INFLUENZA: A NATALE IN 100 MILA A LETTO
Influenza, a Natale in 100mila a letto
13,5 milioni gli italiani vaccinati
MILANO (23 dicembre) – Arriva a grandi passi: l'influenza si sta affacciando alle festività ormai come vuole la tradizione, visto che sono anni che proprio nel periodo natalizio si ha il culmine dell'infezione. «A cavallo del Natale oltre 100 mila italiani passeranno le feste sotto le coperte con febbre alta», prevede Fabrizio Pregliasco, professore di virologia all'università degli Studi di Milano.
Come previsto dagli esperti fin da ottobre, la curva di crescita di nuovi casi di influenza, iniziata in concomitanza con le festività natalizie, raggiungerà il picco dopo la metà di gennaio. «Nelle malattie da raffreddamento - afferma Pregliasco - è sufficiente ricorrere ai farmaci di automedicazione o da banco che possiamo comprare in farmacia senza prescrizione medica. L'uso degli antibiotici, invece, è da valutare con il proprio medico in quanto utile solo in presenza di infezioni batteriche».
13,5 milioni italiani vaccinati In media, ogni medico inocula il vaccino a circa 300 dei propri assistiti ed i medici stessi si vaccinano (il 70% lo ha fatto e il 75% sottopone al vaccino il proprio personale di studio), sono le cifre fornite dal Centro Studi della Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (Fimmg). Secondo il 20% dei medici di famiglia, inoltre, ci sono limitazioni nell'erogazione delle dosi vaccinali destinate alle categorie protette da parte delle Asl. L'indagine, su 1100 medici di base, mostra che circa il 70% dei medici si sottopone al vaccino e in media il 75% dei medici vaccina o fa vaccinare contro l'influenza il proprio personale di studio (da un minimo del 72% al Nord-est ad un massimo del 78% al Sud e Isole). Questi dati dimostrano la fiducia riposta dai medici di famiglia nel trattamento preventivo.
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=39493&sez=HOME_INITALIA
13,5 milioni gli italiani vaccinati
MILANO (23 dicembre) – Arriva a grandi passi: l'influenza si sta affacciando alle festività ormai come vuole la tradizione, visto che sono anni che proprio nel periodo natalizio si ha il culmine dell'infezione. «A cavallo del Natale oltre 100 mila italiani passeranno le feste sotto le coperte con febbre alta», prevede Fabrizio Pregliasco, professore di virologia all'università degli Studi di Milano.
Come previsto dagli esperti fin da ottobre, la curva di crescita di nuovi casi di influenza, iniziata in concomitanza con le festività natalizie, raggiungerà il picco dopo la metà di gennaio. «Nelle malattie da raffreddamento - afferma Pregliasco - è sufficiente ricorrere ai farmaci di automedicazione o da banco che possiamo comprare in farmacia senza prescrizione medica. L'uso degli antibiotici, invece, è da valutare con il proprio medico in quanto utile solo in presenza di infezioni batteriche».
13,5 milioni italiani vaccinati In media, ogni medico inocula il vaccino a circa 300 dei propri assistiti ed i medici stessi si vaccinano (il 70% lo ha fatto e il 75% sottopone al vaccino il proprio personale di studio), sono le cifre fornite dal Centro Studi della Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (Fimmg). Secondo il 20% dei medici di famiglia, inoltre, ci sono limitazioni nell'erogazione delle dosi vaccinali destinate alle categorie protette da parte delle Asl. L'indagine, su 1100 medici di base, mostra che circa il 70% dei medici si sottopone al vaccino e in media il 75% dei medici vaccina o fa vaccinare contro l'influenza il proprio personale di studio (da un minimo del 72% al Nord-est ad un massimo del 78% al Sud e Isole). Questi dati dimostrano la fiducia riposta dai medici di famiglia nel trattamento preventivo.
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=39493&sez=HOME_INITALIA
lunedì 22 dicembre 2008
BIOTECNOLOGIA:Scienziati italiani e svizzeri hanno collegato materiale organico e no ottenendo la trasmissione di dati
Neuroni e nanotubi al carbonio
ecco il cervello ad alta velocità
Scienziati italiani e svizzeri hanno collegato materiale organico e no ottenendo la trasmissione di dati. In futuro la rete permetterà di bypassare aree cerebrali lesionate
ROMA - Un cervello iperveloce che scambia informazioni tra aree neurali con prestazioni elevatissime, che tra gli intricati meandri della sua materia grigia nasconde componenti artificiali perfettamente integrate tra i neuroni: non si può non fantasticare su futuri ibridi uomo-macchina di fronte a un esperimento denso di aspettative. Infatti, ricercatori italiani e svizzeri hanno "collegato" ai neuroni nanotubi di carbonio e in questo modo hanno aumentato l'eccitabilità neurale.
L'invenzione è presentata sulla rivista Nature Nanotechnology e si deve a Michele Giugliano, prima al Laboratorio di Neural Microcircuitry dell'Ecole Polytechnique Federale di Losanna, Svizzera, oggi all'Università di Anversa, oltreché a Laura Ballerini e Maurizio Prato, dell'Università di Trieste presso il centro BRAIN. I nanotubi di carbonio hanno capacità di condurre elettricità e i neurologi hanno dimostrato che questi materiali possono formare giunzioni strette, un po' come quelle naturali tra cellule, con le membrane dei neuroni. Questo permette di creare collegamenti neurali artificiali e vere e proprie 'scorciatoie' per il passaggio del segnale nervoso, in grado di aumentare l'eccitabilità neurale. L'idea potrebbe essere sfruttata per creare ponti neurali che bypassino traumi o lesioni e interfaccia cervello-computer per neuroprotesi.
La fitta foresta di neuroni che compone il nostro sistema nervoso è organizzata in modo tale che ciascun neurone, attraverso ramificazioni cellulari molto intricate, prenda contatti con quelli limitrofi. Questo permette di instaurare una comunicazione tra neuroni e tra aree neurali anche distanti tra loro. La comunicazione sfrutta i segnali elettrici: quando la membrana di un neurone si eccita in risposta a un messaggero chimico esterno inviato da altri neuroni, il treno di impulso elettrico si propaga come un'onda da un'estremità all'altra del corpo del neurone fino alla punta dellassone, il braccio principale del neurone, e induce il rilascio di nuovi messaggeri chimici che vanno a eccitare la membrana di altri neuroni. In questo modo l'impulso elettrico viaggia nel cervello. In caso di lesioni, per esempio a seguito di un ictus o di un trauma, il "viaggio" del messaggio neurale può trovare dei "binari morti" e fermarsi.
I nanotubi di carbonio potrebbero essere usati per ripristinare la linea neurale e bypassare zone lesionate. Potrebbero accorciare i collegamenti e quindi accelerare il viaggio dell'impulso elettrico, potenziandone l'effetto. Non solo, anche le interfaccia macchina-cervello cui oggi sono rivolti gli occhi di tanti che, vittime di lesioni, non possono più comandare i muscoli, potrebbero essere costruite utilizzando i nanotubi sull'ultimo tratto di collegamento al cervello, piuttosto che i classici elettrodi in metallo usati oggi.
Il nanotubo in carbonio si adatterebbe molto meglio a questo compito, in quanto si dimostra più capace di connettersi e formare giunzioni più "naturali" con la membrana del neurone.
"I risultati riportati nel nostro lavoro - spiegano gli autori nell'articolo - indicano che i nanotubi potrebbero influenzare l'elaborazione neurale dell'informazione"; aumentando le conoscenze sul funzionamento delle reti ibride neuroni-nanotubi, si potrebbero aprire le porte allo sviluppo di materiali "intelligenti" per la riorganizzazione di sinapsi all'interno di una rete neurale.
(21 dicembre 2008)
http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/scienze/nanotubi-neuroni/nanotubi-neuroni/nanotubi-neuroni.html?ref=hpspr2
ecco il cervello ad alta velocità
Scienziati italiani e svizzeri hanno collegato materiale organico e no ottenendo la trasmissione di dati. In futuro la rete permetterà di bypassare aree cerebrali lesionate
ROMA - Un cervello iperveloce che scambia informazioni tra aree neurali con prestazioni elevatissime, che tra gli intricati meandri della sua materia grigia nasconde componenti artificiali perfettamente integrate tra i neuroni: non si può non fantasticare su futuri ibridi uomo-macchina di fronte a un esperimento denso di aspettative. Infatti, ricercatori italiani e svizzeri hanno "collegato" ai neuroni nanotubi di carbonio e in questo modo hanno aumentato l'eccitabilità neurale.
L'invenzione è presentata sulla rivista Nature Nanotechnology e si deve a Michele Giugliano, prima al Laboratorio di Neural Microcircuitry dell'Ecole Polytechnique Federale di Losanna, Svizzera, oggi all'Università di Anversa, oltreché a Laura Ballerini e Maurizio Prato, dell'Università di Trieste presso il centro BRAIN. I nanotubi di carbonio hanno capacità di condurre elettricità e i neurologi hanno dimostrato che questi materiali possono formare giunzioni strette, un po' come quelle naturali tra cellule, con le membrane dei neuroni. Questo permette di creare collegamenti neurali artificiali e vere e proprie 'scorciatoie' per il passaggio del segnale nervoso, in grado di aumentare l'eccitabilità neurale. L'idea potrebbe essere sfruttata per creare ponti neurali che bypassino traumi o lesioni e interfaccia cervello-computer per neuroprotesi.
La fitta foresta di neuroni che compone il nostro sistema nervoso è organizzata in modo tale che ciascun neurone, attraverso ramificazioni cellulari molto intricate, prenda contatti con quelli limitrofi. Questo permette di instaurare una comunicazione tra neuroni e tra aree neurali anche distanti tra loro. La comunicazione sfrutta i segnali elettrici: quando la membrana di un neurone si eccita in risposta a un messaggero chimico esterno inviato da altri neuroni, il treno di impulso elettrico si propaga come un'onda da un'estremità all'altra del corpo del neurone fino alla punta dellassone, il braccio principale del neurone, e induce il rilascio di nuovi messaggeri chimici che vanno a eccitare la membrana di altri neuroni. In questo modo l'impulso elettrico viaggia nel cervello. In caso di lesioni, per esempio a seguito di un ictus o di un trauma, il "viaggio" del messaggio neurale può trovare dei "binari morti" e fermarsi.
I nanotubi di carbonio potrebbero essere usati per ripristinare la linea neurale e bypassare zone lesionate. Potrebbero accorciare i collegamenti e quindi accelerare il viaggio dell'impulso elettrico, potenziandone l'effetto. Non solo, anche le interfaccia macchina-cervello cui oggi sono rivolti gli occhi di tanti che, vittime di lesioni, non possono più comandare i muscoli, potrebbero essere costruite utilizzando i nanotubi sull'ultimo tratto di collegamento al cervello, piuttosto che i classici elettrodi in metallo usati oggi.
Il nanotubo in carbonio si adatterebbe molto meglio a questo compito, in quanto si dimostra più capace di connettersi e formare giunzioni più "naturali" con la membrana del neurone.
"I risultati riportati nel nostro lavoro - spiegano gli autori nell'articolo - indicano che i nanotubi potrebbero influenzare l'elaborazione neurale dell'informazione"; aumentando le conoscenze sul funzionamento delle reti ibride neuroni-nanotubi, si potrebbero aprire le porte allo sviluppo di materiali "intelligenti" per la riorganizzazione di sinapsi all'interno di una rete neurale.
(21 dicembre 2008)
http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/scienze/nanotubi-neuroni/nanotubi-neuroni/nanotubi-neuroni.html?ref=hpspr2
martedì 16 dicembre 2008
Per lo smemorato una dieta a base di pane e pasta
Per lo smemorato una dieta a base di pane e pasta
15 dicembre 2008 - 14.11 (Ultima Modifica: 15 dicembre 2008)
I tanti studi effettuati dai ricercatori di tutto il mondo hanno dato esiti di tutti i tipi: dai più scontati a quelli eclatanti. E tra quest'ultimi si può sicuramente inserire l'esito della ricerca effettuata dagli scienziati della Tufts University di Boston e pubblicata sulla rivista specializzata "Appetite", secondo la quale l'assenza di carboidrati contribuirebbe ad una costante e progressiva perdita di memoria.
Dai risultati ottenuti dall'equipe di ricercatori diretta dal dottor Holly Taylor, che hanno valutato attentamente le abitudini e studiato la memoria di un campione di 19 donne comprese tra i 22 e i 55 anni, è emerso che la diminuzione dei carboidrati (pane, pasta, patate) causa perdita di lucidità, rallentamento delle capacità cognitive e di percezione e soprattutto la perdita della memoria.
Secondo Taylor "lo studio dimostra che il cibo ha un impatto immediato sul comportamento cognitivo, e queste diete hanno un grande impatto negativo su pensiero e memoria".
La realizzazione del test
è stata molto semplice: le 19 donne sono state divise in due gruppi e sottoposte a due diete differenti. Un gruppo ha seguito una dieta equilibrata, l'altro una dieta povera di carboidrati. Successivamente sono stati effettuati dei test di cognizione e memoria sui due gruppi, ed è emerso che le donne che hanno seguito la dieta povera di carboidrati erano in uno stato mentale peggiore rispetto a quelle del primo gruppo: scarsa attenzione e poca memoria, minore reattività e difficoltà cognitive.
Ma quali sono i motivi di questa perdita di memoria? Secondo i ricercatori la spiegazione è molto semplice, e va ricercata nella quantità di glucosio (ridotta quando non si assumono carboidrati) che viene portata al cervello. Lo zucchero è infatti utilizzato dalle cellule nervose, una sorta di 'benzina' del nostro cervello, e quando questo scarseggia alcune funzioni, in questo caso quelle relative a cognizione e memoria, ne risentono.
Le diete più 'famose', quelle che vietano l'assunzione in principal modo dei carboidrati, sono quindi a rischio sotto questo aspetto: una perdita di peso equivale a una perdita di memoria. E a questo punto, se i risultati sono veritieri, è lecito chiedersi: ne vale davvero la pena?
http://www.romagnaoggi.it/cronaca/2008/12/15/110740/
15 dicembre 2008 - 14.11 (Ultima Modifica: 15 dicembre 2008)
I tanti studi effettuati dai ricercatori di tutto il mondo hanno dato esiti di tutti i tipi: dai più scontati a quelli eclatanti. E tra quest'ultimi si può sicuramente inserire l'esito della ricerca effettuata dagli scienziati della Tufts University di Boston e pubblicata sulla rivista specializzata "Appetite", secondo la quale l'assenza di carboidrati contribuirebbe ad una costante e progressiva perdita di memoria.
Dai risultati ottenuti dall'equipe di ricercatori diretta dal dottor Holly Taylor, che hanno valutato attentamente le abitudini e studiato la memoria di un campione di 19 donne comprese tra i 22 e i 55 anni, è emerso che la diminuzione dei carboidrati (pane, pasta, patate) causa perdita di lucidità, rallentamento delle capacità cognitive e di percezione e soprattutto la perdita della memoria.
Secondo Taylor "lo studio dimostra che il cibo ha un impatto immediato sul comportamento cognitivo, e queste diete hanno un grande impatto negativo su pensiero e memoria".
La realizzazione del test
è stata molto semplice: le 19 donne sono state divise in due gruppi e sottoposte a due diete differenti. Un gruppo ha seguito una dieta equilibrata, l'altro una dieta povera di carboidrati. Successivamente sono stati effettuati dei test di cognizione e memoria sui due gruppi, ed è emerso che le donne che hanno seguito la dieta povera di carboidrati erano in uno stato mentale peggiore rispetto a quelle del primo gruppo: scarsa attenzione e poca memoria, minore reattività e difficoltà cognitive.
Ma quali sono i motivi di questa perdita di memoria? Secondo i ricercatori la spiegazione è molto semplice, e va ricercata nella quantità di glucosio (ridotta quando non si assumono carboidrati) che viene portata al cervello. Lo zucchero è infatti utilizzato dalle cellule nervose, una sorta di 'benzina' del nostro cervello, e quando questo scarseggia alcune funzioni, in questo caso quelle relative a cognizione e memoria, ne risentono.
Le diete più 'famose', quelle che vietano l'assunzione in principal modo dei carboidrati, sono quindi a rischio sotto questo aspetto: una perdita di peso equivale a una perdita di memoria. E a questo punto, se i risultati sono veritieri, è lecito chiedersi: ne vale davvero la pena?
http://www.romagnaoggi.it/cronaca/2008/12/15/110740/
Nuovi orizzonti per la cura di cuore e muscoli con le cellule staminali
Nuovi orizzonti per la cura di cuore e muscoli con le cellule staminali
15/12/2008
Presentata a Roma una ricerca che apre la via per consentire alle staminali di autoriparare il cuore; un nome italiano dietro lo studio che consente ad una sola staminale di riparare i muscoli
Quasi in contemporanea, dal sessantanovesimo Congresso della Società Italiana di Cardiologia in corso a Roma e dal Meeting Annuale della American Society for Cell Biology (ASCB) in corso a San Francisco, vengono novità importanti sull’utilizzazione delle cellule staminali.
Il cuore colpito da infarto si potrà riparare da solo.
Uno studio italiano ha scoperto come rieducare le cellule staminali cardiache a riparare il cuore danneggiato e le sperimentazioni sono incoraggianti. Infatti, le cellule staminali svolgono il delicato compito di aggiustare il muscolo cardiaco ma dopo un infarto le cellule non riescono più ad assicurare questa preziosa auto-riparazione.
Studiosi italiani, dell'Università La Sapienza di Roma e del Laboratorio di Biologia Molecolare Europeo (EMBL) di Monterotondo, hanno scoperto perchè le cellule smettono di funzionare correttamente ma anche, questa è un'eccezionale novità, hanno capito come metterle nelle condizioni di riparare il danno.
L'infarto, o il danno cardiaco, provoca un ambiente ostile all'attività normale delle cellule staminali. Modificando l'ambiente subito dopo l'evento che ha provocato il danno, le cellule staminali possono riprendere la loro corretta funzione.
Si è ricorsi a fattori di crescita da introdurre nel muscolo cardiaco danneggiato.
Le ricerche hanno consentito di individuare un particolare fattore di crescita, il mIGF-1, che si è rivelato idoneo a modificare l’ambiente, attivare le cellule staminali e recuperare efficientemente il danno.
L’mIGF-1 è un fattore normalmente presente nei diversi tessuti dell’organismo, ma in diverse condizioni patologiche la sua funzione viene a mancare. Ecco perché è necessario introdurlo dall’esterno. Al momento queste scoperte hanno dato risultati molto incoraggianti su modelli animali.
"E’ una scoperta veramente molto importante - dice Francesco Fedele, Direttore del Dipartimento di Cardiologia dell’Università La Sapienza di Roma e presidente della Società Italiana di Cardiologia - perché apre una via nuova e fortemente innovativa soprattutto per un utilizzo ‘intelligente’ delle cellule staminali.
Questa Ricerca sottolinea come le nuove tecnologie, vedi la Risonanza Magnetica, debbano essere impiegate per caratterizzare il tessuto dopo l’infarto o per mettere in evidenza eventuali condizioni ambientali favorevoli o non favorevoli. Il nostro augurio è che presto le ricerche possano passare dal laboratorio al letto del paziente".
Una sola cellula staminale adulta dei muscoli è in grado, una volta inserita all'interno di un muscolo malato, di riprodurre tutta una 'famiglia’ di cellule e ripristinare la funzionalità muscolare persa. La dimostrazione arriva per la prima volta in uno studio su topolini diretto da Alessandra Sacco della Stanford University.
Nel muscolo di una gamba, privato delle proprie cellule staminali muscolari e danneggiato irreversibilmente, la singola cellula staminale adulta 'attecchisce’ e si moltiplica, ripristinando la funzione muscolare.
Lo studio è stato presentato al Meeting Annuale della American Society for Cell Biology (ASCB) in corso a San Francisco. Le staminali del muscolo sono le cosiddette cellule satellite, normalmente entrano in azione quando un tessuto muscolare viene lesionato e lo riparano.
In molte malattie degenerative del muscolo però questa 'cura naturale’ viene a mancare e le fibre muscolari pian piano si degradano.
http://www.iltamtam.it/ArticleDetail.aspx?articleId=10636
15/12/2008
Presentata a Roma una ricerca che apre la via per consentire alle staminali di autoriparare il cuore; un nome italiano dietro lo studio che consente ad una sola staminale di riparare i muscoli
Quasi in contemporanea, dal sessantanovesimo Congresso della Società Italiana di Cardiologia in corso a Roma e dal Meeting Annuale della American Society for Cell Biology (ASCB) in corso a San Francisco, vengono novità importanti sull’utilizzazione delle cellule staminali.
Il cuore colpito da infarto si potrà riparare da solo.
Uno studio italiano ha scoperto come rieducare le cellule staminali cardiache a riparare il cuore danneggiato e le sperimentazioni sono incoraggianti. Infatti, le cellule staminali svolgono il delicato compito di aggiustare il muscolo cardiaco ma dopo un infarto le cellule non riescono più ad assicurare questa preziosa auto-riparazione.
Studiosi italiani, dell'Università La Sapienza di Roma e del Laboratorio di Biologia Molecolare Europeo (EMBL) di Monterotondo, hanno scoperto perchè le cellule smettono di funzionare correttamente ma anche, questa è un'eccezionale novità, hanno capito come metterle nelle condizioni di riparare il danno.
L'infarto, o il danno cardiaco, provoca un ambiente ostile all'attività normale delle cellule staminali. Modificando l'ambiente subito dopo l'evento che ha provocato il danno, le cellule staminali possono riprendere la loro corretta funzione.
Si è ricorsi a fattori di crescita da introdurre nel muscolo cardiaco danneggiato.
Le ricerche hanno consentito di individuare un particolare fattore di crescita, il mIGF-1, che si è rivelato idoneo a modificare l’ambiente, attivare le cellule staminali e recuperare efficientemente il danno.
L’mIGF-1 è un fattore normalmente presente nei diversi tessuti dell’organismo, ma in diverse condizioni patologiche la sua funzione viene a mancare. Ecco perché è necessario introdurlo dall’esterno. Al momento queste scoperte hanno dato risultati molto incoraggianti su modelli animali.
"E’ una scoperta veramente molto importante - dice Francesco Fedele, Direttore del Dipartimento di Cardiologia dell’Università La Sapienza di Roma e presidente della Società Italiana di Cardiologia - perché apre una via nuova e fortemente innovativa soprattutto per un utilizzo ‘intelligente’ delle cellule staminali.
Questa Ricerca sottolinea come le nuove tecnologie, vedi la Risonanza Magnetica, debbano essere impiegate per caratterizzare il tessuto dopo l’infarto o per mettere in evidenza eventuali condizioni ambientali favorevoli o non favorevoli. Il nostro augurio è che presto le ricerche possano passare dal laboratorio al letto del paziente".
Una sola cellula staminale adulta dei muscoli è in grado, una volta inserita all'interno di un muscolo malato, di riprodurre tutta una 'famiglia’ di cellule e ripristinare la funzionalità muscolare persa. La dimostrazione arriva per la prima volta in uno studio su topolini diretto da Alessandra Sacco della Stanford University.
Nel muscolo di una gamba, privato delle proprie cellule staminali muscolari e danneggiato irreversibilmente, la singola cellula staminale adulta 'attecchisce’ e si moltiplica, ripristinando la funzione muscolare.
Lo studio è stato presentato al Meeting Annuale della American Society for Cell Biology (ASCB) in corso a San Francisco. Le staminali del muscolo sono le cosiddette cellule satellite, normalmente entrano in azione quando un tessuto muscolare viene lesionato e lo riparano.
In molte malattie degenerative del muscolo però questa 'cura naturale’ viene a mancare e le fibre muscolari pian piano si degradano.
http://www.iltamtam.it/ArticleDetail.aspx?articleId=10636
sabato 13 dicembre 2008
Tumori: olio, ceci e fagioli rallentano la malattia
Tumori: olio, ceci e fagioli rallentano la malattia
È il cancro la malattia del secolo, la prima causa di morte nei Paesi sviluppati. Per combatterlo non solo radioterapia, chemioterapia e ‘cocktail su misura’ ma anche una adeguata alimentazione. Uno studio dell’endocrinologa Maria Luisa Brandi, dell’Università di Firenze, allunga la lista degli alimenti dalle proprietà anti-cancro aggiungendo olio extravergine di oliva, fagioli e ceci. Test condotti in vitro hanno dimostrato che tali alimenti rallentano di molto lo sviluppo delle cellule malate.
Per l’esperimento sono state utilizzate due colture uguali di cellule umane di cancro del colon, circa 10.000 cellule. Mentre uno dei nuclei è stato in alcun modo curato, l’altro è stato trattato con olio extravergine di oliva, ceci e fagioli. Le masse tumorali sono state controllate ogni quarantotto ore e, dopo dodici giorni le cellule non trattate si sono sviluppate in misura esponenziale passando da 10.000 a 980.000 cellule, mentre il gruppo manipolato si è fermato a 86.000 cellule. Per adesso simili risultati sull’uomo sono solo ipotizzabili ulteriori studi spiegheranno gli effetti di tali cibi sulla proliferazione delle masse tumorali. Ma la dottoressa Brandi è fiduciosa “Solo con la biologia molecolare sapremo davvero perché certi cibi fanno bene o male alla salute. È presto per dire se questo eccezionale processo possa ripetersi sull’uomo, ma di sicuro lo possiamo ipotizzare”.
Rosaria Albanese
http://www.dottorsport.info/modules/article/view.article.php?12487
È il cancro la malattia del secolo, la prima causa di morte nei Paesi sviluppati. Per combatterlo non solo radioterapia, chemioterapia e ‘cocktail su misura’ ma anche una adeguata alimentazione. Uno studio dell’endocrinologa Maria Luisa Brandi, dell’Università di Firenze, allunga la lista degli alimenti dalle proprietà anti-cancro aggiungendo olio extravergine di oliva, fagioli e ceci. Test condotti in vitro hanno dimostrato che tali alimenti rallentano di molto lo sviluppo delle cellule malate.
Per l’esperimento sono state utilizzate due colture uguali di cellule umane di cancro del colon, circa 10.000 cellule. Mentre uno dei nuclei è stato in alcun modo curato, l’altro è stato trattato con olio extravergine di oliva, ceci e fagioli. Le masse tumorali sono state controllate ogni quarantotto ore e, dopo dodici giorni le cellule non trattate si sono sviluppate in misura esponenziale passando da 10.000 a 980.000 cellule, mentre il gruppo manipolato si è fermato a 86.000 cellule. Per adesso simili risultati sull’uomo sono solo ipotizzabili ulteriori studi spiegheranno gli effetti di tali cibi sulla proliferazione delle masse tumorali. Ma la dottoressa Brandi è fiduciosa “Solo con la biologia molecolare sapremo davvero perché certi cibi fanno bene o male alla salute. È presto per dire se questo eccezionale processo possa ripetersi sull’uomo, ma di sicuro lo possiamo ipotizzare”.
Rosaria Albanese
http://www.dottorsport.info/modules/article/view.article.php?12487
Maschio o femmina? Te lo dicono i geni del padre
Maschio o femmina? Te lo dicono i geni del padre
di emanuela grasso Pensiero Scientifico - da 7 ore 1 minuto
La coppia di cromosomi sessuali XX in genetica identifica una femmina, la coppia XY un maschio. La madre trasmette al nascituro sempre e solo la X, il padre può trasmettere la X o la Y. Il sesso del bambino, questo si sa dai tempi di Mendel e della scoperta dei caratteri ereditari, dipende dal padre o meglio da quale allele, se X o Y, si accoppia con l’allele X proveniente dalla madre. Per ogni gravidanza, dunque, la probabilità di dare alla luce un maschio o una femmina è sempre 0,5, ossia il 50 per cento. Come si spiega allora che in alcune famiglie vi sia la preponderanza di un genere rispetto ad un altro? Ci sono dei casi in cui dei genitori che hanno generato solo femmine continuano a volere altri figli per avere il maschio o viceversa. Gli statistici trovano questo atteggiamenteo scorretto: poiché ogni procreazione è un evento singolo, un po’ come l’estrazione del lotto, nel successivo evento non conta quanto accaduto prima; quindi, è inutile pensare di avere più chance di dare alla luce una femmina perché si hanno già dei figli maschi o viceversa. Una ricerca condotta dalla Newcastle University e pubblicata sulla rivista Evolutionary Biology potrebbe tuttavia sovvertire questa convinzione degli statistici. Corry Gellatly e il suo gruppo hanno dimostrato che i maschi ereditano la tendenza ad avere più figli maschi o più figlie femmine dai loro genitori esattamente come altri caratteri trasmissibili. In altri termini, i maschi che hanno avuto più fratelli hanno maggiore probabilità di avere figli maschi, se hanno avuto più sorelle genereranno con più probabilità femmine. Gellatly è giunto a questa conclusione studiando l’albero genealogico di 927 famiglie per un totale di 556 mila persone provenienti dall’Europa o dal Nord America; il ricercatore è riuscito a ricostruire alberi genealogici fino ad arrivare indietro nel tempo al 1600. L’ipotesi avanzata da Gellatly è che esista un gene in grado di controllare la segregazione allelica dei cromosomi sessuali e che questo determini la presenza nello sperma di più cromosomi Y rispetto a X o viceversa. In particolare, Gellatly sostiene che esisterebbe un gene che può modulare il contenuto in X e Y dello sperma maschile dando luogo a tre fenotipi: il maschio mm che ha uno sperma più ricco di Y e avrà una probabilità maggiore di avere figli; il maschio mf che ha uno sperma con il medesimo contenuto di X e Y e dunque conserva sempre il 50 per cento di possibiltà di avere o un figlio o una figlia; il maschio ff che ha uno sperma ricco di X e che con più probabilità avrà figlie femmine. Fonte: Boy or girl? It’s in the father's genes. News release Newcastle University
emanuela grasso
http://it.notizie.yahoo.com/25/20081212/thl-maschio-o-femmina-te-lo-dicono-i-gen-bd646f4.html
di emanuela grasso Pensiero Scientifico - da 7 ore 1 minuto
La coppia di cromosomi sessuali XX in genetica identifica una femmina, la coppia XY un maschio. La madre trasmette al nascituro sempre e solo la X, il padre può trasmettere la X o la Y. Il sesso del bambino, questo si sa dai tempi di Mendel e della scoperta dei caratteri ereditari, dipende dal padre o meglio da quale allele, se X o Y, si accoppia con l’allele X proveniente dalla madre. Per ogni gravidanza, dunque, la probabilità di dare alla luce un maschio o una femmina è sempre 0,5, ossia il 50 per cento. Come si spiega allora che in alcune famiglie vi sia la preponderanza di un genere rispetto ad un altro? Ci sono dei casi in cui dei genitori che hanno generato solo femmine continuano a volere altri figli per avere il maschio o viceversa. Gli statistici trovano questo atteggiamenteo scorretto: poiché ogni procreazione è un evento singolo, un po’ come l’estrazione del lotto, nel successivo evento non conta quanto accaduto prima; quindi, è inutile pensare di avere più chance di dare alla luce una femmina perché si hanno già dei figli maschi o viceversa. Una ricerca condotta dalla Newcastle University e pubblicata sulla rivista Evolutionary Biology potrebbe tuttavia sovvertire questa convinzione degli statistici. Corry Gellatly e il suo gruppo hanno dimostrato che i maschi ereditano la tendenza ad avere più figli maschi o più figlie femmine dai loro genitori esattamente come altri caratteri trasmissibili. In altri termini, i maschi che hanno avuto più fratelli hanno maggiore probabilità di avere figli maschi, se hanno avuto più sorelle genereranno con più probabilità femmine. Gellatly è giunto a questa conclusione studiando l’albero genealogico di 927 famiglie per un totale di 556 mila persone provenienti dall’Europa o dal Nord America; il ricercatore è riuscito a ricostruire alberi genealogici fino ad arrivare indietro nel tempo al 1600. L’ipotesi avanzata da Gellatly è che esista un gene in grado di controllare la segregazione allelica dei cromosomi sessuali e che questo determini la presenza nello sperma di più cromosomi Y rispetto a X o viceversa. In particolare, Gellatly sostiene che esisterebbe un gene che può modulare il contenuto in X e Y dello sperma maschile dando luogo a tre fenotipi: il maschio mm che ha uno sperma più ricco di Y e avrà una probabilità maggiore di avere figli; il maschio mf che ha uno sperma con il medesimo contenuto di X e Y e dunque conserva sempre il 50 per cento di possibiltà di avere o un figlio o una figlia; il maschio ff che ha uno sperma ricco di X e che con più probabilità avrà figlie femmine. Fonte: Boy or girl? It’s in the father's genes. News release Newcastle University
emanuela grasso
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