LIBERAZIONE DAL PENSIERO MODERNISTA
DELL'EUTANASIA
C'è un diritto alla morte? Di chi è la decisione? E' lecito uccidere per pietà?
Periodicamente i partiti politici che si definiscono libertari, approfittano di vicende umane dolorose per rilanciare a necessità di una legge che consenta l'eutanasia.
La parola significa "ben morire" e viene dal greco: eu : buona, bella, dignitosa e tànatos : morte.
Tutti desiderano una buona morte ma questa giusta aspirazione introduce due domande: 1) La legge dovrebbe consentire la soppressione degli inguaribili? 2) Fino a che punto è lecito alleviare le sofferenze?
Già i popoli più o meno barbari eliminavano gli anziani perché ritenuti disutili e per il medesimo motivo erano spesso fatti morire bimbi maschi e femmine deformi e deboli.
Fu il Cristianesimo che divulgò il comandamento dato a Mosè: " Non uccidere ", traducibile "Non assassinare".
Oggi che laicismo di ogni colore, scetticismo o secolarismo cercano di togliere Dio dalla storia umana come nel tempo prediluviano, si vorrebbe dare un senso di "progresso civile" alla vita e quindi alla possibilità di sopprimerla. Come diceva Sartre Jean - Paul (1905-1980), filosofo, scrittore e giornalista politico francese: "se Dio non esiste, tutto è possibile". Per i cristiani nessuno, unanimemente, può trasformare un delitto in diritto.
L'innocente non può essere ucciso da nessuno: il consenso del candidato all'eutanasia equivarrebbe al suicidio, negli altri casi si tratterebbe d'omicidio.
L'attuale legislazione, in ogni modo, ritiene che l'uccisione di un essere umano, eccezion fatta per la legittima difesa in stato di necessità, non può mai considerarsi lecita. L'art. 5 del Codice Civile classifica la vita e l'integrità personale tra i beni indispensabili anche vi è il consenso dell'interessato.
La duplice domanda che ci si è posta è complicata nella risposta dal fatto che non c'è una definizione uniforme di vivo o morto, inguaribile, morente … Gli stessi medici hanno a volte ammesso che "la consapevolezza" della morte è difficile da studiare in modo obbiettivo.
A volte, poi, gli sforzi per mantenere in vita possono trasformarsi in sforzi per prolungare l'agonia. Di conseguenza la nascita di club, gruppi di pensiero degli slogan come: "diritto a morire con dignità", non dare anni alla vita ma vita agli anni, "possibilità di troncare l'insopportabilità della sofferenza". Ultimamente pressioni provengono da ammalati d'Aids che chiedono di porre fine alle sofferenze degli inguaribili tra loro.
In ogni modo al quesito: "La legge dovrebbe consentire la soppressione degli inguaribili?", il cristiano deve rispondere: NO. La vita va rispettata e preservata, è un dono di Dio: " Poiché in te è la fonte della vita e per la tua luce noi vediamo la luce ". ( Salmo 36:9 ). Il comandamento è chiaro "Non uccidere". Lo Stato italiano ha una legislazione che allo stato va osservata perché non in contrasto con quella di Dio ( cfr. Atti 5: 29 ) " Ma Pietro e gli altri apostoli risposero: "Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini. ". L'apostolo Paolo insegnò che " Perciò è necessario stare sottomessi (alle autorità) , non soltanto per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza ". ( Romani 13: 5 ).
Quanto al secondo interrogativo: "Fino a che punto è lecito alleviare la sofferenza?", la risposta è senz'altro: fino a qualsiasi livello purchè siano leciti i "mezzi" usati. La liceità si deve sempre basare sugli "effetti" dannosi che tali mezzi provocano. Ad esempio, alcuni accelerano la morte il che, è illecito. In questo caso bisogna distinguere tra: farmaci che provocano la morte e quelli che togliendo il dolore abbreviano la vita. Altri medicinali privano della coscienza completamente, questo richiederebbe un permesso preventivo. In ogni caso mai sarebbe giusto privare di consapevolezza un uomo non pronto spiritualmente alla morte. Lo scudiero del re biblico Saul, rifiutò di accogliere la richiesta del re di aiutarlo a " morire con dignità " e il neo re Davide condannò a morte chi invece accettò di farlo ( I° Samuele 31: 4; II° Samuele 1: 6-16 ) " Saul disse al suo scudiero: "Sfodera la spada e trafiggimi, affinché questi incirconcisi non vengano a trafiggermi e a farmi oltraggio". Ma lo scudiero non volle farlo, perché aveva paura. Allora Saul prese la propria spada e vi si gettò sopra. "; " 6 Il giovane che gli raccontava queste cose, disse: "Mi trovavo per caso sul monte Ghilboa e vidi Saul che si appoggiava sulla sua lancia e i carri e i cavalieri stavano per raggiungerlo. 7 Egli si voltò indietro, mi vide e mi chiamò. Io risposi: Eccomi. 8 Egli mi chiese: Chi sei? Gli risposi: Sono un Amalechita. 9 Egli mi disse: Avvicínati a me e finiscimi, perché sono preso da vertigine, anche se sono ancora vivo. 10 Io dunque mi avvicinai e lo uccisi, perché sapevo che, una volta caduto, non avrebbe potuto vivere. Poi presi il diadema che egli aveva in capo, il braccialetto che aveva al braccio, e li ho portati qui al mio signore". 11 Allora Davide prese le sue vesti e le stracciò, lo stesso fecero tutti gli uomini che erano con lui. 12 Fecero cordoglio e piansero e digiunarono fino a sera, a motivo di Saul, di Gionatan, suo figlio, del popolo del SIGNORE e della casa d'Israele, perché erano caduti in battaglia. 13 Poi Davide chiese al giovane che gli aveva raccontato quelle cose: "Di dove sei?" Quegli rispose: "Sono figlio di uno straniero, di un Amalechita". 14 Davide gli disse: "Come mai non hai temuto di stendere la mano per uccidere l' unto del SIGNORE?" 15 Poi chiamò uno dei suoi uomini e gli disse: "Avvicínati e colpisci costui!" Quello lo colpí ed egli morí. 16 Davide gli disse: "Il tuo sangue ricada sul tuo capo, perché la tua bocca ha testimoniato contro di te quando hai detto: Io ho ucciso l'unto del SIGNORE" . Alcune considerazioni s'impongono in tema di così delicata implicazione.
Rebecca, gravida del patriarca Isacco, preoccupata del suo stato di salute " andò a consultare l'Eterno " ( Genesi 25: 22 ). Avvertendo i gemelli che si urtavano nel suo corpo, lei si chiese: " perché vivo? " e richiese l'aiuto divino. Prima d'ogni decisione occorrerà fare nello stesso modo.
L'integro re Ezechia era affetto da male inguaribile ma Dio lo guarì. Non bisogna concludere
frettolosamente l'inevitabilità della morte imminente. Ci sono precise e personali promesse bibliche, per la possibile guarigione da infermità. E come alcune di seguito " Se tu ascolti attentamente la voce del SIGNORE che è il tuo Dio, e fai ciò che è giusto agli occhi suoi, porgi orecchio ai suoi comandamenti e osservi tutte le sue leggi, io non ti infliggerò nessuna delle infermità che ho inflitte agli Egiziani, perché io sono il SIGNORE, colui che ti guarisce " ( Esodo 15: 26 ). " Egli perdona tutte le tue colpe, risana tutte le tue infermità " ( Salmo 103: 3 ). " … mediante le sue lividure noi siamo stati guariti". ( Isaia 53: 5 ). " Ma per voi che avete timore del mio nome spunterà il sole della giustizia, la guarigione sarà nelle sue ali; voi uscirete e salterete, come vitelli fatti uscire dalla stalla ". ( Malachia 4: 2 ).
Non bisogna mai disperarsi, neanche nel caso di vicende dolorose.
La Bibbia dice che si può essere " Perplessi ma non disperati ". Come il paziente Giobbe bisognerà sempre concludere: " L'Eterno ha dato, l'Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell'Eterno ".
Presto verrà il giorno in cui nessuno dirà: " Sono malato " ( Isaia 33:24 ). Non si tratta di discutere del diritto a morire ma di quello alla vita. E' detto: " Chi crede nel Figliuolo ha vita eterna; ma chi rifiuta di credere al Figliuolo non vedrà la vita, ma l'ira di Dio resta sopra lui. ".
Gesù insegnò che la vita umana ha un gran valore agli occhi del Padre: " Cinque passeri non si vendono per due soldi? Eppure non uno di essi è dimenticato davanti a Dio;7 anzi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete piú di molti passeri ". ( Luca 12: 6,7 ).
http://www.adi-rc.org/sitonew/articoli.asp?op=apri&id=21
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domenica 22 febbraio 2009
martedì 23 dicembre 2008
SALUTE-CASO DISPERATO: DONNA MALATA E POVERA VUOLE L'EUTANASIA PER DISPERAZIONE
Malata grave chiede l'eutanasia
L'Aquila, non ha soldi per curarsi
Una donna di Castel di Sangro, in provincia dell'Aquila, ha chiesto di essere sottoposta a eutanasia, perché non riesce a sostenere le spese per curare la sua grave forma tumorale. Da anni vive in stato di indigenza con la sola pensione d'invalidità di 250 euro al mese. "Se devo continuare a vivere così, mi si dia la possibilità di avere una morte dignitosa. Se non in Italia in un altro Paese", ha dichiarato la donna.
Nei giorni scorsi la commissione medica le ha ha rigettato l'istanza di accompagnamento: la grave malattia la costringe a percorrere ogni volta 250 chilometri per sottoporsi alle cure nel reparto di oncologia dell'ospedale di Pescara.
L'assessorato alle politiche sociali del suo comune di residenza, non avendo risorse disponibili per un sussidio, le ha offerto il patrocinio gratuito per il ricorso contro la decisione della commissione medica.
http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo436862.shtml
L'Aquila, non ha soldi per curarsi
Una donna di Castel di Sangro, in provincia dell'Aquila, ha chiesto di essere sottoposta a eutanasia, perché non riesce a sostenere le spese per curare la sua grave forma tumorale. Da anni vive in stato di indigenza con la sola pensione d'invalidità di 250 euro al mese. "Se devo continuare a vivere così, mi si dia la possibilità di avere una morte dignitosa. Se non in Italia in un altro Paese", ha dichiarato la donna.
Nei giorni scorsi la commissione medica le ha ha rigettato l'istanza di accompagnamento: la grave malattia la costringe a percorrere ogni volta 250 chilometri per sottoporsi alle cure nel reparto di oncologia dell'ospedale di Pescara.
L'assessorato alle politiche sociali del suo comune di residenza, non avendo risorse disponibili per un sussidio, le ha offerto il patrocinio gratuito per il ricorso contro la decisione della commissione medica.
http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo436862.shtml
lunedì 1 dicembre 2008
Sul suicidio assistito e l’accompagnamento dei morenti
Rimettersi in quali mani?
Sul suicidio assistito e l’accompagnamento dei morenti
(Amanda Pfändler) L’aiuto al suicidio è accettato dalla gran parte degli svizzeri, eppure il tema - estremamente delicato - non cessa di far discutere. Che sia a causa di un ‘caso eccellente’, particolarmente mediatizzato, o per tutta la problematica legata al cosiddetto ‘turismo della morte’, oppure ancora per la mancanza di una specifica legge in Svizzera che regoli l’attività delle associazioni di accompagnamento alla morte, la stampa e la politica si ritrovano molto frequentemente a discutere del suicidio assistito.
Secondo un sondaggio effettuato presso mille persone in Svizzera tedesca e romanda dall’Istituto di ricerca Isopublic su mandato del mensile “reformiert.”, ben il 72 per cento degli intervistati ritiene l’aiuto al suicidio in caso di malattia incurabile “un aiuto in casi estremi” una sorta di ultima ratio, mentre il 38 per cento lo considera “un gesto d’amore verso il prossimo”.
Tutti d’accordo?
A stupire, oltre all’elevata accettazione da parte degli svizzeri di tale pratica, è il fatto che queste percentuali non cambino né a dipendenza dell’età degli intervistati, né in relazione all’appartenenza religiosa: protestanti e cattolici la pensano infatti praticamente allo stesso modo. E questo nonostante la Conferenza episcopale elvetica si sia esplicitamente detta contraria.
Un’ulteriore dimostrazione di questa ‘apertura’ nei confronti dell’aiuto al suicidio è dimostrata dal fatto che la maggior parte degli intervistati, che siano protestanti o cattolici, approva la posizione in merito della Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera (Fces), secondo cui le Chiese devono sia accompagnare e sostenere chi sceglie di porre fine alle proprie sofferenze, sia lottare per l’inviolabilità della vita umana e offrire tutto il conforto possibile a chi soffre.
Volontà individuale
Insomma, a prevalere, in Svizzera, è il rispetto per la volontà del singolo. Ebo Aebischer, teologo, autore del libro “Suicidio e desiderio di morire”, sottolinea come “non vi sia nulla di cristiano” nell’accanirsi a mantenere in vita una persona. Per Aebischer bisogna fare di tutto per offrire a chi medita di suicidarsi tutto il sostegno possibile affinché sappia che ci sono anche altre vie, e che la sua presenza è importante. Occorre tuttavia anche essere capaci di lasciare andare chi non vuole più restare. “Più che il dare una mano a chi desidera morire, il vero atto di compassione è tenergli la mano mentre affronta il suo cammino verso la morte”, sottolinea il teologo, membro lui stesso, tra l’altro, di Exit.
Accettare il distacco
Anche Edith Weber-Halter, infermiera che da anni accudisce malati terminali, difende il diritto alla libera scelta, anche se ciò non significa non fare di tutto affinché la persona che vuol morire sappia che il suicidio non è l’unica via. Ciononostante, afferma in base alla sua esperienza trentennale, “È atroce vedere ciò che devono subire certe persone perché i medici non sono capaci di accettare la morte dei propri pazienti o perché al pronto soccorso vengono sottoposti a ogni cura possibile per evitarne la morte”. Una possibile soluzione? Il testamento biologico - sottolinea Weber-Halter - possibilmente convalidato da un notaio, in modo che la volontà del paziente di rinunciare a una lunga agonia o a una vita da vegetale venga rispettata e soprattutto affinché non siano i parenti a dovere prendere una così difficile decisione.
Dubbi e limiti
Questo non significa tuttavia che la questione sia risolta né che l’atto in sé di togliersi la vita venga accettato tranquillamente. Basta guardare le percentuali relative al suicidio: ‘solo’ il 58 per cento degli intervistati lo ritiene “l’ultima possibilità in casi estremi”, sebbene il 57 per cento lo consideri “un diritto umano”. Quel che più stupisce è la differenza tra giovani e anziani: se infatti i secondi hanno un atteggiamento più comprensivo nei confronti della scelta di togliersi la vita, il 21 per cento degli giovani fra i 15 e i 34 anni (contro il 18 per cento del totale) considera il suicidio un peccato.
Di fronte all’inevitabile
La situazione cambia inoltre se si chiede di passare dalle parole ai fatti: alla domanda “Cosa farebbe se un suo caro le chiedesse di assisterlo mentre si somministra un medicamento letale?”, solo il 61 per cento degli intervistati ha detto che accetterebbe.
Percentuali meno nette si riscontrano anche in relazione a uno degli aspetti più controversi legati all’aiuto al suicidio: ovvero se esista il pericolo che le associazioni di accompagnamento al suicidio facciano pressione su anziani e malati terminali affinché quest’ultimi pongano fine alla propria vita e non siano quindi più un peso per la società. Anche se la maggioranza degli intervistati ritiene questi timori infondati, solo il 60 per cento pensa “sicuramente” o “piuttosto sicuramente” che ciò non accada.
Quale accompagnamento?
In realtà questo aspetto preoccupa anche coloro che quotidianamente hanno a che fare con malati terminali. Hansueli Albonico, capo della Sezione di medicina complementare dell’Ospedale regionale dell’Emmental, denuncia il fatto che, per abbattere i costi, molti nosocomi cercano di ‘scaricare’ ad altri istituti i pazienti terminali. Per Albonico sarebbe invece necessario poter offrire un accompagnamento alla morte ottimale e individuale anche in ospedale: “Tutti coloro i quali al momento del ricovero nella nostra sezione avevano espresso l’intenzione di ricorrere all’aiuto al suicidio, hanno in seguito cambiato idea" (fonte: “reformiert.”, settembre 2008)
http://www.voceevangelica.ch/index.cfm?method=articoli.main&id=8452
Sul suicidio assistito e l’accompagnamento dei morenti
(Amanda Pfändler) L’aiuto al suicidio è accettato dalla gran parte degli svizzeri, eppure il tema - estremamente delicato - non cessa di far discutere. Che sia a causa di un ‘caso eccellente’, particolarmente mediatizzato, o per tutta la problematica legata al cosiddetto ‘turismo della morte’, oppure ancora per la mancanza di una specifica legge in Svizzera che regoli l’attività delle associazioni di accompagnamento alla morte, la stampa e la politica si ritrovano molto frequentemente a discutere del suicidio assistito.
Secondo un sondaggio effettuato presso mille persone in Svizzera tedesca e romanda dall’Istituto di ricerca Isopublic su mandato del mensile “reformiert.”, ben il 72 per cento degli intervistati ritiene l’aiuto al suicidio in caso di malattia incurabile “un aiuto in casi estremi” una sorta di ultima ratio, mentre il 38 per cento lo considera “un gesto d’amore verso il prossimo”.
Tutti d’accordo?
A stupire, oltre all’elevata accettazione da parte degli svizzeri di tale pratica, è il fatto che queste percentuali non cambino né a dipendenza dell’età degli intervistati, né in relazione all’appartenenza religiosa: protestanti e cattolici la pensano infatti praticamente allo stesso modo. E questo nonostante la Conferenza episcopale elvetica si sia esplicitamente detta contraria.
Un’ulteriore dimostrazione di questa ‘apertura’ nei confronti dell’aiuto al suicidio è dimostrata dal fatto che la maggior parte degli intervistati, che siano protestanti o cattolici, approva la posizione in merito della Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera (Fces), secondo cui le Chiese devono sia accompagnare e sostenere chi sceglie di porre fine alle proprie sofferenze, sia lottare per l’inviolabilità della vita umana e offrire tutto il conforto possibile a chi soffre.
Volontà individuale
Insomma, a prevalere, in Svizzera, è il rispetto per la volontà del singolo. Ebo Aebischer, teologo, autore del libro “Suicidio e desiderio di morire”, sottolinea come “non vi sia nulla di cristiano” nell’accanirsi a mantenere in vita una persona. Per Aebischer bisogna fare di tutto per offrire a chi medita di suicidarsi tutto il sostegno possibile affinché sappia che ci sono anche altre vie, e che la sua presenza è importante. Occorre tuttavia anche essere capaci di lasciare andare chi non vuole più restare. “Più che il dare una mano a chi desidera morire, il vero atto di compassione è tenergli la mano mentre affronta il suo cammino verso la morte”, sottolinea il teologo, membro lui stesso, tra l’altro, di Exit.
Accettare il distacco
Anche Edith Weber-Halter, infermiera che da anni accudisce malati terminali, difende il diritto alla libera scelta, anche se ciò non significa non fare di tutto affinché la persona che vuol morire sappia che il suicidio non è l’unica via. Ciononostante, afferma in base alla sua esperienza trentennale, “È atroce vedere ciò che devono subire certe persone perché i medici non sono capaci di accettare la morte dei propri pazienti o perché al pronto soccorso vengono sottoposti a ogni cura possibile per evitarne la morte”. Una possibile soluzione? Il testamento biologico - sottolinea Weber-Halter - possibilmente convalidato da un notaio, in modo che la volontà del paziente di rinunciare a una lunga agonia o a una vita da vegetale venga rispettata e soprattutto affinché non siano i parenti a dovere prendere una così difficile decisione.
Dubbi e limiti
Questo non significa tuttavia che la questione sia risolta né che l’atto in sé di togliersi la vita venga accettato tranquillamente. Basta guardare le percentuali relative al suicidio: ‘solo’ il 58 per cento degli intervistati lo ritiene “l’ultima possibilità in casi estremi”, sebbene il 57 per cento lo consideri “un diritto umano”. Quel che più stupisce è la differenza tra giovani e anziani: se infatti i secondi hanno un atteggiamento più comprensivo nei confronti della scelta di togliersi la vita, il 21 per cento degli giovani fra i 15 e i 34 anni (contro il 18 per cento del totale) considera il suicidio un peccato.
Di fronte all’inevitabile
La situazione cambia inoltre se si chiede di passare dalle parole ai fatti: alla domanda “Cosa farebbe se un suo caro le chiedesse di assisterlo mentre si somministra un medicamento letale?”, solo il 61 per cento degli intervistati ha detto che accetterebbe.
Percentuali meno nette si riscontrano anche in relazione a uno degli aspetti più controversi legati all’aiuto al suicidio: ovvero se esista il pericolo che le associazioni di accompagnamento al suicidio facciano pressione su anziani e malati terminali affinché quest’ultimi pongano fine alla propria vita e non siano quindi più un peso per la società. Anche se la maggioranza degli intervistati ritiene questi timori infondati, solo il 60 per cento pensa “sicuramente” o “piuttosto sicuramente” che ciò non accada.
Quale accompagnamento?
In realtà questo aspetto preoccupa anche coloro che quotidianamente hanno a che fare con malati terminali. Hansueli Albonico, capo della Sezione di medicina complementare dell’Ospedale regionale dell’Emmental, denuncia il fatto che, per abbattere i costi, molti nosocomi cercano di ‘scaricare’ ad altri istituti i pazienti terminali. Per Albonico sarebbe invece necessario poter offrire un accompagnamento alla morte ottimale e individuale anche in ospedale: “Tutti coloro i quali al momento del ricovero nella nostra sezione avevano espresso l’intenzione di ricorrere all’aiuto al suicidio, hanno in seguito cambiato idea" (fonte: “reformiert.”, settembre 2008)
http://www.voceevangelica.ch/index.cfm?method=articoli.main&id=8452
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