Visualizzazione post con etichetta cura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cura. Mostra tutti i post

mercoledì 7 gennaio 2009

DIABETE-CURA MEDIANTE TRAPIANTO CELLULARE

6/1/2009

Diabete, trapianto cellulare
come primo passo per cura


ROMA
Un gruppo di scienziati americani impegnato nello studio di trapianti di cellule pancreatiche come possibile cura per il diabete di tipo 1 ha compiuto il primo passo per risolvere il problema del rigetto immunitario. I ricercatori dell’Albert Einstein College of Medicine of Yeshiva University, per il momento sono cauti ma se i risultati dei loro studi venissero confermati, per i malati di diabete di tipo 1, significherebbe eliminare del tutto le iniezioni quotidiane di insulina. Nelle persone con diabete di tipo 1, il sistema immunitario distrugge le cellule del pancreas che producono insulina e senza l’insulina, il glucosio si accumula nel sangue portando complicazioni come malattie cardiache, malattie renali, cecità e morte prematura.

Gli scienziati americani hanno trapiantato nei topi cellule produttrici di insulina alle quali sono stati aggiunti tre geni di un virus, in grado di eludere il rilevamento da parte del sistema immunitario che, altrimenti, le distruggerebbe. Le cellule trapiantate hanno ripristinato il normale livello del glucosio nel sangue dei topi diabetici ma nel giro di pochi giorni quelle stesse cellule sono state distrutte dal loro organismo. Il livello normale si è mantenuto per un tempo massimo di tre mesi.

«I risultati non sono ancora ottimali - ha detto Harris Goldstein, capo del progetto di ricerca - ma stiamo cercando altre combinazioni di geni virali per trovare la migliore soluzione».



http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=1096&ID_sezione=243&sezione=News

martedì 16 dicembre 2008

Nuovi orizzonti per la cura di cuore e muscoli con le cellule staminali

Nuovi orizzonti per la cura di cuore e muscoli con le cellule staminali
15/12/2008

Presentata a Roma una ricerca che apre la via per consentire alle staminali di autoriparare il cuore; un nome italiano dietro lo studio che consente ad una sola staminale di riparare i muscoli



Quasi in contemporanea, dal sessantanovesimo Congresso della Società Italiana di Cardiologia in corso a Roma e dal Meeting Annuale della American Society for Cell Biology (ASCB) in corso a San Francisco, vengono novità importanti sull’utilizzazione delle cellule staminali.
Il cuore colpito da infarto si potrà riparare da solo.
Uno studio italiano ha scoperto come rieducare le cellule staminali cardiache a riparare il cuore danneggiato e le sperimentazioni sono incoraggianti. Infatti, le cellule staminali svolgono il delicato compito di aggiustare il muscolo cardiaco ma dopo un infarto le cellule non riescono più ad assicurare questa preziosa auto-riparazione.

Studiosi italiani, dell'Università La Sapienza di Roma e del Laboratorio di Biologia Molecolare Europeo (EMBL) di Monterotondo, hanno scoperto perchè le cellule smettono di funzionare correttamente ma anche, questa è un'eccezionale novità, hanno capito come metterle nelle condizioni di riparare il danno.
L'infarto, o il danno cardiaco, provoca un ambiente ostile all'attività normale delle cellule staminali. Modificando l'ambiente subito dopo l'evento che ha provocato il danno, le cellule staminali possono riprendere la loro corretta funzione.

Si è ricorsi a fattori di crescita da introdurre nel muscolo cardiaco danneggiato.
Le ricerche hanno consentito di individuare un particolare fattore di crescita, il mIGF-1, che si è rivelato idoneo a modificare l’ambiente, attivare le cellule staminali e recuperare efficientemente il danno.
L’mIGF-1 è un fattore normalmente presente nei diversi tessuti dell’organismo, ma in diverse condizioni patologiche la sua funzione viene a mancare. Ecco perché è necessario introdurlo dall’esterno. Al momento queste scoperte hanno dato risultati molto incoraggianti su modelli animali.

"E’ una scoperta veramente molto importante - dice Francesco Fedele, Direttore del Dipartimento di Cardiologia dell’Università La Sapienza di Roma e presidente della Società Italiana di Cardiologia - perché apre una via nuova e fortemente innovativa soprattutto per un utilizzo ‘intelligente’ delle cellule staminali.
Questa Ricerca sottolinea come le nuove tecnologie, vedi la Risonanza Magnetica, debbano essere impiegate per caratterizzare il tessuto dopo l’infarto o per mettere in evidenza eventuali condizioni ambientali favorevoli o non favorevoli. Il nostro augurio è che presto le ricerche possano passare dal laboratorio al letto del paziente".

Una sola cellula staminale adulta dei muscoli è in grado, una volta inserita all'interno di un muscolo malato, di riprodurre tutta una 'famiglia’ di cellule e ripristinare la funzionalità muscolare persa. La dimostrazione arriva per la prima volta in uno studio su topolini diretto da Alessandra Sacco della Stanford University.
Nel muscolo di una gamba, privato delle proprie cellule staminali muscolari e danneggiato irreversibilmente, la singola cellula staminale adulta 'attecchisce’ e si moltiplica, ripristinando la funzione muscolare.

Lo studio è stato presentato al Meeting Annuale della American Society for Cell Biology (ASCB) in corso a San Francisco. Le staminali del muscolo sono le cosiddette cellule satellite, normalmente entrano in azione quando un tessuto muscolare viene lesionato e lo riparano.
In molte malattie degenerative del muscolo però questa 'cura naturale’ viene a mancare e le fibre muscolari pian piano si degradano.


http://www.iltamtam.it/ArticleDetail.aspx?articleId=10636

mercoledì 10 dicembre 2008

Alzheimer/ Dopo la scoperta del legame con l'herpes arriva una cura preventiva

Alzheimer/ Dopo la scoperta del legame con l'herpes arriva una cura preventiva
Mercoledí 10.12.2008 12:09




Di Silvia Finazzi


Salute/Alzheimer: la cura può arrivare dall’NGF di Rita Levi Montalcini

Contro l'Alzheimer/ Il segreto per fermare l'età che avanza? Allenare il cervello. Previene anche il Parkinson

Salute/ Alzheimer, in arrivo un test per individuare la fase precoce

Salute/ Contro Alzheimer e demenza allena il cervello
Arriva un nuovo rimedio contro l'alzheimer . Si chiama "Train the brain", allena il cervello, il nuovo progetto di ricerca scientifica condotto in collaborazione tra Fondazione Caripisa e CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) di Pisa.
Lo studio, che durerà tre anni, ha un obiettivo preciso: valutare gli effetti di un programma a base di "allenamento" cognitivo e di training fisico in pazienti con demenza iniziale. Proprio così, perché i muscoli non sono i soli a dover essere allenati.

Anche la mente ha bisogno della sua palestra per lavorare meglio e frenare l'evoluzione di malattie importanti, come Alzheimer o demenza vascolare. I ricercatori sono convinti che un mix di ginnastica della mente e del corpo possa rallentare lo sviluppo di queste malattie e agire in maniera più efficace rispetto alle cure tradizionali. In effetti, studi passati hanno già dimostrato la validità di questo approccio.

Nel cervello di un adulto sono presenti circa 100 miliardi di neuroni (cellule nervose), collegati fra loro e raggruppati in piccoli gruppi, detti circuiti nervosi. Sono proprio questi circuiti che, attivandosi in modo coordinato, controllano il nostro comportamento e le nostre azioni.

Non si tratta di una struttura fissa. Con il tempo, i circuiti nervosi si modificano. Se il cervello dei neonati è altamente reattivo perché i neuroni si sviluppano velocemente e creano importanti collegamenti, quello degli anziani è più "lento". Ecco perché dopo una certa età è più facile accusare disturbi cognitivi, come limitazione della memoria o scarsa attenzione.



In caso di malattia, poi, le cose precipitano. Si ipotizza, infatti, che la fase iniziale della demenza sia caratterizzata da una perdita progressiva del numero, dell'efficacia e della modificabilità delle connessioni fra i neuroni in specifiche aree cerebrali.Il processo però non è inevitabile, nemmeno in caso di demenza. Alcune ricerche hanno dimostrato che tenendo allenato il cervello, i neuroni si deteriorano meno e si mantengono più efficienti. Non solo: pure l'esercizio fisico può esercitare effetti benefici sulle funzionalità cerebrali.

Di qui l'idea di "Train the brain". In pratica, nei prossimi tre anni alcune persone a rischio di sviluppare demenza o con demenza in fase iniziale verranno sottoposte sia a interventi di stimolazione fisica e cognitiva, sia di interazione sociale (avere scambi con altre persone è stimolante). Lo scopo è verificare se questo tipo di approccio possa frenare il declino legato alla malattia. Un progetto ambizioso e fortemente innovativo, il primo al mondo a tentare di dare una risposta a queste domande.

In attesa dei risultati, può essere utile un po' di fai da te. Sì allora a quelle attività che mantengono vivo e attivo il cervello, come leggere molto, fare quiz e cruciverba, aiutare figli e nipoti con i compiti, guardare documentari. E anche un po' di attività fisica e di chiacchiere con gli amici non guastano.



http://www.affaritaliani.it/cronache/alzheimer-cervello-herpes101208.html

lunedì 1 dicembre 2008

ITALIANI SCOPRONO POSSIBILE CHIAVE PER LA CURA DEI TUMORI ALLA PROSTATA

Tumori alla prostata, italiani scoprono
una possibile chiave per la cura


ROMA (19 ottobre) - Anche il cancro avanzato della prostata potrà essere curato. Un gruppo di ricercatori italiani è riuscito a scoprire il meccanismo genetico con il quale il tumore della prostata diventa aggressivo e resistente alle terapie e a comprendere come è possibile tentare di curare la malattia con tecniche di biologia molecolare distruggendo le cellule neoplastiche. Lo studio, coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità e coordinato da Ruggero De Maria viene pubblicato oggi sulla rivista inglese Nature.

Secondo il presidente dell'Iss Enrico Garaci «grazie a questa ricerca siamo molto vicini ad una terapia contro gli stadi avanzati del cancro alla prostata». La ricerca, condotta in collaborazione con l'equipe del professor Giovanni Muto, primario di Urologia dell'Ospedale San Giovanni Bosco di Torino e con l'Istituto Oncologico del Mediterraneo di Catania, è stata finanziata grazie ai fondi dell'accordo Italia-Usa e dall'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.

Analizzando il tessuto tumorale di 40 pazienti i ricercatori hanno compreso che l'aggressività del carcinoma prostatico è causata dalla perdita di un frammento di Dna del cromosoma 13 che contiene due piccoli geni, chiamati microRna-15a e microRna -16, i quali agiscono bloccando la progressione maligna del tumore.

Successivamente lo studio ha avuto come obiettivo la possibile soluzione terapeutica: con tecniche di biologia molecolare Ruggero De Maria e i suoi colleghi sono riusciti a reintrodurre nelle cellule malate i geni perduti, tecnica che ha permesso di bloccare la crescita delle cellule tumorali che vengono distrutte. «Le implicazioni cliniche di questa ricerca sono notevoli», ha commentato Garaci. «La possibilità di curare tumori aggressivi della prostata tramite la somministrazione di questi piccoli micro-Rna è stata confermata in test su animali di laboratorio - ha spiegato De Maria - e con questo bagaglio di conoscenze il cancro della prostata potrà essere sconfitto».

In Italia ogni anno vengono diagnosticati circa 44.000 nuovi casi di tumore alla prostata che sono destinati ad aumentare, considerando il progressivo invecchiamento della popolazione. Sebbene negli ultimi quindici anni il dosaggio dell'antigene prostatico specifico (Psa) abbia aumentato considerevolmente le diagnosi precoci e le possibilità di guarigione, il cancro alla prostata rappresenta ancora oggi la seconda causa di morte da tumore nell'uomo dopo il carcinoma del polmone.


http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=33103&sez=HOME_SCIENZA