lunedì 1 dicembre 2008

CUORE: ARRIVA LA BIRRA OGM CHE FA BENE

CUORE: ARRIVA LA BIRRA OGM CHE FA BENE

Un gruppo di giovani studenti della Rice University ha creato, al solo scopo di partecipare ad un concorso internazionale, una birra che contiene al suo interno il resveratrolo. E' la sostanza contenuta nel vino rosso e nel cacao che, secondo molti, per le sue qualita' antiossidanti, e' in grado di proteggere contro il rischio di malattie cardiovascolari, tumore e invecchiamento. Gli studenti dell'ateneo americano hanno deciso di creare questa particolare qualita' di birra arricchita per poter partecipare e vincere l'International Genetically Engineered Machine (iGEM) competition che si terra' il prossimo 8 e 9 novembre a Cambridge (Boston). Per riuscire ad inserire nella birra il resveratrolo gli studenti americani hanno dovuto creare in laboratorio un tipo di lievito capace allo stesso tempo di fermentare e di produrre resveratrolo. Paradossalmente molti degli studenti che hanno partecipato al progetto di ricerca non avevano l'eta' legale per poter bere birra. (AGI) - Boston, 17 ott.



http://salute.agi.it/primapagina/notizie/200810171116-hpg-rsa0016-art.html

ITALIANI SCOPRONO POSSIBILE CHIAVE PER LA CURA DEI TUMORI ALLA PROSTATA

Tumori alla prostata, italiani scoprono
una possibile chiave per la cura


ROMA (19 ottobre) - Anche il cancro avanzato della prostata potrà essere curato. Un gruppo di ricercatori italiani è riuscito a scoprire il meccanismo genetico con il quale il tumore della prostata diventa aggressivo e resistente alle terapie e a comprendere come è possibile tentare di curare la malattia con tecniche di biologia molecolare distruggendo le cellule neoplastiche. Lo studio, coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità e coordinato da Ruggero De Maria viene pubblicato oggi sulla rivista inglese Nature.

Secondo il presidente dell'Iss Enrico Garaci «grazie a questa ricerca siamo molto vicini ad una terapia contro gli stadi avanzati del cancro alla prostata». La ricerca, condotta in collaborazione con l'equipe del professor Giovanni Muto, primario di Urologia dell'Ospedale San Giovanni Bosco di Torino e con l'Istituto Oncologico del Mediterraneo di Catania, è stata finanziata grazie ai fondi dell'accordo Italia-Usa e dall'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.

Analizzando il tessuto tumorale di 40 pazienti i ricercatori hanno compreso che l'aggressività del carcinoma prostatico è causata dalla perdita di un frammento di Dna del cromosoma 13 che contiene due piccoli geni, chiamati microRna-15a e microRna -16, i quali agiscono bloccando la progressione maligna del tumore.

Successivamente lo studio ha avuto come obiettivo la possibile soluzione terapeutica: con tecniche di biologia molecolare Ruggero De Maria e i suoi colleghi sono riusciti a reintrodurre nelle cellule malate i geni perduti, tecnica che ha permesso di bloccare la crescita delle cellule tumorali che vengono distrutte. «Le implicazioni cliniche di questa ricerca sono notevoli», ha commentato Garaci. «La possibilità di curare tumori aggressivi della prostata tramite la somministrazione di questi piccoli micro-Rna è stata confermata in test su animali di laboratorio - ha spiegato De Maria - e con questo bagaglio di conoscenze il cancro della prostata potrà essere sconfitto».

In Italia ogni anno vengono diagnosticati circa 44.000 nuovi casi di tumore alla prostata che sono destinati ad aumentare, considerando il progressivo invecchiamento della popolazione. Sebbene negli ultimi quindici anni il dosaggio dell'antigene prostatico specifico (Psa) abbia aumentato considerevolmente le diagnosi precoci e le possibilità di guarigione, il cancro alla prostata rappresenta ancora oggi la seconda causa di morte da tumore nell'uomo dopo il carcinoma del polmone.


http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=33103&sez=HOME_SCIENZA

Obesità: tutta colpa del cervello

Obesità: tutta colpa del cervello


(18-10-2008) - Uno studio pubblicato sulla rivista "Science" dimostra che le persone vittime dei chili di troppo non riescono a gustare il cibo e che, per gustarlo meglio, ne aumentano le dosi. La causa, una bassa risposta cerebrale


Mangiare con gusto aiuta a restare magri. Questo è quanto si deduce dall'indagine realizzata da un gruppo di ricercatori dell'Oregon Research Institute (Ori), coordinati dall'esperto Eric Stice, su un campione di persone unicamente femminile.

76 le ragazze esaminate nell'arco di un anno, di cui 33 adolescenti con un'età compresa tra i 14 e i 18 anni e 43 studentesse universitarie con un'età compresa tra i 18 ai 22 anni. Dopo aver sottoposto tutte le partecipanti a risonanza magnetica, per registrarne l'attività cerebrale, i ricercatori Usa dell'Oregon Research Insitute hanno scoperto che «la più debole risposta cerebrale di fronte a un milkshake al cioccolato» era associata «al maggiore aumento di peso a un anno di distanza».

La ricerca, sulla scia delle precedenti, mostra ancor più chiaramente il legame tra la scarsa reazione cerebrale di fronte ai cibi e il gene responsabile del rilascio di dopamina,ovvero il neurotrasmettitore del piacere.

Gli scienziati, inoltre, sono andati a cercare, sul campione femminile studiato, la TaqA1, una particolare mutazione genetica che comporta un numero ridotto di recettori per la dopamina nel cervello. E ad un anno di distanza, alla prova della bilancia, hanno potuto constatare come «bassa risposta cerebrale e variante genetica si associano sempre a un maggiore aumento di peso».







http://www.agoranews.it/read.php?read=6928

Sul suicidio assistito e l’accompagnamento dei morenti

Rimettersi in quali mani?


Sul suicidio assistito e l’accompagnamento dei morenti

(Amanda Pfändler) L’aiuto al suicidio è accettato dalla gran parte degli svizzeri, eppure il tema - estremamente delicato - non cessa di far discutere. Che sia a causa di un ‘caso eccellente’, particolarmente mediatizzato, o per tutta la problematica legata al cosiddetto ‘turismo della morte’, oppure ancora per la mancanza di una specifica legge in Svizzera che regoli l’attività delle associazioni di accompagnamento alla morte, la stampa e la politica si ritrovano molto frequentemente a discutere del suicidio assistito.
Secondo un sondaggio effettuato presso mille persone in Svizzera tedesca e romanda dall’Istituto di ricerca Isopublic su mandato del mensile “reformiert.”, ben il 72 per cento degli intervistati ritiene l’aiuto al suicidio in caso di malattia incurabile “un aiuto in casi estremi” una sorta di ultima ratio, mentre il 38 per cento lo considera “un gesto d’amore verso il prossimo”.

Tutti d’accordo?
A stupire, oltre all’elevata accettazione da parte degli svizzeri di tale pratica, è il fatto che queste percentuali non cambino né a dipendenza dell’età degli intervistati, né in relazione all’appartenenza religiosa: protestanti e cattolici la pensano infatti praticamente allo stesso modo. E questo nonostante la Conferenza episcopale elvetica si sia esplicitamente detta contraria.
Un’ulteriore dimostrazione di questa ‘apertura’ nei confronti dell’aiuto al suicidio è dimostrata dal fatto che la maggior parte degli intervistati, che siano protestanti o cattolici, approva la posizione in merito della Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera (Fces), secondo cui le Chiese devono sia accompagnare e sostenere chi sceglie di porre fine alle proprie sofferenze, sia lottare per l’inviolabilità della vita umana e offrire tutto il conforto possibile a chi soffre.

Volontà individuale
Insomma, a prevalere, in Svizzera, è il rispetto per la volontà del singolo. Ebo Aebischer, teologo, autore del libro “Suicidio e desiderio di morire”, sottolinea come “non vi sia nulla di cristiano” nell’accanirsi a mantenere in vita una persona. Per Aebischer bisogna fare di tutto per offrire a chi medita di suicidarsi tutto il sostegno possibile affinché sappia che ci sono anche altre vie, e che la sua presenza è importante. Occorre tuttavia anche essere capaci di lasciare andare chi non vuole più restare. “Più che il dare una mano a chi desidera morire, il vero atto di compassione è tenergli la mano mentre affronta il suo cammino verso la morte”, sottolinea il teologo, membro lui stesso, tra l’altro, di Exit.

Accettare il distacco
Anche Edith Weber-Halter, infermiera che da anni accudisce malati terminali, difende il diritto alla libera scelta, anche se ciò non significa non fare di tutto affinché la persona che vuol morire sappia che il suicidio non è l’unica via. Ciononostante, afferma in base alla sua esperienza trentennale, “È atroce vedere ciò che devono subire certe persone perché i medici non sono capaci di accettare la morte dei propri pazienti o perché al pronto soccorso vengono sottoposti a ogni cura possibile per evitarne la morte”. Una possibile soluzione? Il testamento biologico - sottolinea Weber-Halter - possibilmente convalidato da un notaio, in modo che la volontà del paziente di rinunciare a una lunga agonia o a una vita da vegetale venga rispettata e soprattutto affinché non siano i parenti a dovere prendere una così difficile decisione.

Dubbi e limiti
Questo non significa tuttavia che la questione sia risolta né che l’atto in sé di togliersi la vita venga accettato tranquillamente. Basta guardare le percentuali relative al suicidio: ‘solo’ il 58 per cento degli intervistati lo ritiene “l’ultima possibilità in casi estremi”, sebbene il 57 per cento lo consideri “un diritto umano”. Quel che più stupisce è la differenza tra giovani e anziani: se infatti i secondi hanno un atteggiamento più comprensivo nei confronti della scelta di togliersi la vita, il 21 per cento degli giovani fra i 15 e i 34 anni (contro il 18 per cento del totale) considera il suicidio un peccato.

Di fronte all’inevitabile
La situazione cambia inoltre se si chiede di passare dalle parole ai fatti: alla domanda “Cosa farebbe se un suo caro le chiedesse di assisterlo mentre si somministra un medicamento letale?”, solo il 61 per cento degli intervistati ha detto che accetterebbe.
Percentuali meno nette si riscontrano anche in relazione a uno degli aspetti più controversi legati all’aiuto al suicidio: ovvero se esista il pericolo che le associazioni di accompagnamento al suicidio facciano pressione su anziani e malati terminali affinché quest’ultimi pongano fine alla propria vita e non siano quindi più un peso per la società. Anche se la maggioranza degli intervistati ritiene questi timori infondati, solo il 60 per cento pensa “sicuramente” o “piuttosto sicuramente” che ciò non accada.

Quale accompagnamento?
In realtà questo aspetto preoccupa anche coloro che quotidianamente hanno a che fare con malati terminali. Hansueli Albonico, capo della Sezione di medicina complementare dell’Ospedale regionale dell’Emmental, denuncia il fatto che, per abbattere i costi, molti nosocomi cercano di ‘scaricare’ ad altri istituti i pazienti terminali. Per Albonico sarebbe invece necessario poter offrire un accompagnamento alla morte ottimale e individuale anche in ospedale: “Tutti coloro i quali al momento del ricovero nella nostra sezione avevano espresso l’intenzione di ricorrere all’aiuto al suicidio, hanno in seguito cambiato idea" (fonte: “reformiert.”, settembre 2008)



http://www.voceevangelica.ch/index.cfm?method=articoli.main&id=8452

Sindrome di Down, test prenatale senza amniocentesi

Sindrome di Down, test prenatale senza amniocentesi

Niente più amniocentesi per diagnosticare la sindrome di Down, un nuovo test prenatale necessita esclusivamente di un campione di sangue della madre. Questa nuova tecnica non invasiva è stata messa a punto da un gruppo di ricercatori, coordinati da Stephen Quake, della Stanford University (California). I dettagli dello studio sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences, Ottobre 2008).

Questo nuovo test prenatale, se i risultati saranno confermati su un campione più ampio, potrebbe essere una valida alternativa all'amniocentesi, un'analisi che spesso pone davanti ad una scelta importante le donne incinta. L'amniocentesi aumenta il rischio di aborto dello 0,5 per cento causando la morte di un bambino su 200 (fonte ACOG The American College of Obstetricians and Gynecologists. Planning for Pregnancy, Birth, and Beyond. A Dutton Book, May 1992). A volte poi, l'amniocentesi va ripetuta più di una volta perché nel liquido amniotico prelevato potrebbero non essere presenti cellule vitali utili per l'esame, eventualità che incrementa ulteriormente la possibilità di aborto.

Grazie a questa analisi prenatale basta prelevare un semplice campione di sangue dalla madre, senza alcun tipo di rischio per il bambino, e si può sapere con assoluta certezza se il feto ha la sindrome di Down, una patologia che si manifesta quando un bambino ha tre e non due copie del cromosoma 21. L'esame è in grado di individuare diverse alterazioni cromosomiche che danno origine ad altre patologie come ad esempio: la sindrome di Edward, che uccide la metà dei bambini nella prima settimana di vita e la sindrome di Patau, che uccide oltre l'80 per cento dei bimbi nell'infanzia.

Anche se per il momento l'esame prenatale è stato sperimentato su un campione ristretto, i ricercatori sono molto soddisfatti dei risultati e dell'accuratezza ottenuta. L'esame ha rilevato in nove donne una gravidanza con sindrome di Down e in altre tre ha riscontrato dei feti con particolari anomalie cromosomiche.

Oltre ad essere meno invasivo, il nuovo test può essere effettuato prima degli attuali esami prenatali. Mentre l'amniocentesi e la villocentesi vengono fatte in genere dopo la 15 esima settimana di gestazione, il nuovo esame può essere fatto già a partire dalla quinta settimana, inoltre, i risultati sono pronti in un paio di giorni contro le due - tre settimane che richiedono gli altri.

Per il momento il nuovo test prenatale necessita di ulteriori indagini, solo tra due o tre anni sarà disponibile per tutte le donne in gravidanza. Test di questo tipo, anche se non condivisi da tutti, andrebbero visti sotto una nuova ottica. Attualmente non è possibile curare determinate patologie ma non è detto che in futuro, grazie ai progressi della medicina, non si riesca a risolvere i problemi legati alle alterazioni cromosomiche. In quest'ottica, tanto prima si individua una patologia meglio è, soprattutto se non ci sono rischi per il futuro nascituro.



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http://www.universonline.it/_scienza/articoli_med/08_10_08_a.php

vaccino anti-aids entro 4 anni

Dalla scienza all'applicazione Le nuove frontiere della Medicina per debellare il contagio
L'annuncio: vaccino anti-aids entro 4 anni
Da noi torna il farmaco contro il cancro all'utero

Nel giorno del Nobel allo scopritore del virus che causa il cancro all'utero, buone notizie per lotta al tumore e qualche speranza in più per i malati di aids. Torna in Italia il vaccino per prevenire il cancro all'utero. Fra tre o quattro anni, invece, potrebbe arrivare una nuova efficace terapia per contrastare il virus dell'Hiv.

In Italia, tra i livelli essenziali di assistenza erogati dal Servizio Sanitario Nazionale, ricompare la vaccinazione gratuita contro il virus dell'Hpv, il papillomavirus scoperto dal tedesco Harald zur Hausen, responsabile del tumore al collo dell'utero. Nel mondo mezzo milione di donne ne sono colpite, e 250 mila muoiono. Otto su dieci vivono nei paesi in via di sviluppo. La conferma ufficiale arriva dal sottosegretario al welfare Ferruccio Fazio. «Abbiamo consegnato alle Regioni - ha spiegato - una bozza con lo schema dei nuovi Lea. Dentro c'è anche la vaccinazione contro l'Hpv, che riguarda centinaia di migliaia di ragazze. Non possiamo dire formalmente che è cosa fatta, perché le Regioni potrebbero dirmi di no. Ma mi auguro del contrario, e comunque c'è la volontà del Ministero di continuare a offrire ai cittadini questo fondamentale strumento di prevenzione». Buone notizie, come detto, anche sul fronte della lotta all'Aids nonostante la pausa di riflessione imposta recentemente dal National Insitutes of Health (Nih) statunitense alla ricerca sul vaccino. Ad annunciare una nuova speranza di terapia contro l'infezione da Hiv è proprio il premio Nobel per la Medicina 2008 Luc Montagnier: si tratta di «un vaccino terapeutico contro l'Aids», i cui primi risultati potrebbero essere pubblicati «entro 3-4 anni» se ci saranno i mezzi finanziari per portare avanti le ricerche sul prodotto.
«Al momento - ha spiegato Montagnier dalla Costa D'Avorio, ad Abidjan, dove ha ricevuto la notizia del premio Nobel al termine di un congresso internazionale sull'Aids organizzato dalla fondazione che porta il suo nome - le mie ricerche puntano a individuare dei trattamenti complementari che permettano di eradicare l'infezione da Hiv. L'obiettivo è permettere ai pazienti trattamenti farmacologici brevi e una guarigione finale, stimolando il loro sistema immunitario a controllare l'attacco virale. Secondo il ricercatore, un simile trattamento sarà «possibile grazie a un vaccino terapeutico, e non preventivo».
Il pensiero di Montagnier, carico di gioia per il Nobel ricevuto, è stato per le persone che convivono con il virus. Il ricercatore ha infatti voluto dedicare il premio «a tutti i malati di Aids». «Sono sempre accanto a loro - ha detto - e i ricercatori devono continuare a lavorare». Ma Montagnier, nello stesso tempo, è perfettamente consapevole che la strada della ricerca è ancora lunga: «Lo si vede qui in Africa, dove l'Aids c'è sempre e quindi la lotta continua», ha osservato. «Il mio lavoro di ricerca in questo momento - ha aggiunto - è trovare trattamenti complementari che permetteranno di eradicare l'infezione perché i pazienti vengano trattati in tempi brevi e possano in seguito guarire; ciò vuol dire che il loro sistema immunitario possa controllare l'infezione».
Entusiasta anche Francoise Barrè-Sinoussi, che ha collaborato con Montagnier all'isolamento del virus Hiv. È stata colta di sorpresa dalla notizia in Cambogia, dove si trovava per partecipare ai lavori dell'Agenzia nazionale di ricerche sull'Aids, Barrè-Sinoussi: «Ero lontana 100 miglia dall'aspettarmi questa notizia». Della scoperta premiata oggi con il Nobel ha detto: «Sapevamo che era importante, ma non misuravamo ancora l'ampiezza dell'epidemia così come la conosciamo oggi». Ma fin da allora era chiaro che quello era un momento chiave: «Esiste la mia vita prima 1983 e la mia vita dopo 1983», perché - ha concluso - «ho interamente dedicato la mia ricerca sul virus allo studio delle interazioni tra il virus e l'organismo umano e all'epidemia nei Paesi in via di sviluppo».
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07/10/2008

http://iltempo.ilsole24ore.com/2008/10/07/935890-annuncio_vaccino_anti_aids_entro_anni.shtml

Bullismo giovanile: colpa degli ormoni?

RICERCA INGLESE
Una ricerca inglese dimostra che il comportamento antisociale dipende da un deficit di cortisolo
Aggressività, uso di droghe, bestemmie, furti, vandalismo. Comportamenti antisociali, ormai diffusi fra gli adolescenti, che le ultime ricerche scientifiche tendono a considerare più come problemi di salute che come atteggiamenti puramente criminali. In altre parole: queste forme di violenza sarebbero da attribuire a un’alterazione biochimica e, più nel dettaglio, alla presenza del sangue di bassi livelli di cortisolo, l’ormone della risposta allo stress. Lo affermano alcuni ricercatori dell’Università di Cambridge sulla rivista Biological Psychiatry. Di fronte a una situazione stressante, la secrezione di cortisolo nel sangue aumenta e l’ormone aiuta una persona a controllare le emozioni, soprattutto il temperamento e gli impulsi violenti, e la rende più cauta. Gli adolescenti più propensi a essere aggressivi nei confronti degli altri, sia verbalmente sia fisicamente, non hanno, invece, questo tipo di reazione ormonale. Il che starebbe a significare che il bullismo giovanile possa essere in qualche modo ricondotto a un disturbo di tipo organico.

RISPOSTA ALLO STRESS - I ricercatori hanno studiato un gruppo di studenti ai quali hanno prelevato, per alcuni giorni, campioni di saliva dove hanno misurato i livelli di cortisolo in condizioni normali, mentre cioè vivevano la loro normale vita quotidiana. Poi hanno esposto questi stessi ragazzi a situazioni stressanti che provocavano in loro un senso di frustrazione. E hanno misurato prima, durante e dopo, i livelli di cortisolo nella saliva. Mentre la maggioranza dei ragazzi mostrava un incremento dell’ormone, quelli invece che avevano alle spalle storie di comportamenti anti-sociali non mostravano la stessa reazione.

NUOVE TERAPIE - «Se riusciamo a capire che cosa sta alla base di questa mancata risposta – ha sottolineato Grame Fairchild coordinatore della ricerca – potremmo anche studiare nuove terapie per controllare problemi comportamentali severi o per aiutare persone ad alto rischio. Un trattamento per questo disordine offre l’opportunità di migliorare la vita sia di questi adolescenti, sia della comunità in cui vivono».

Adriana Bazzi
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http://www.corriere.it/salute/08_ottobre_01/bullismo_colpa_ormoni_bcd1e1c6-8fbe-11dd-83b2-00144f02aabc.shtml