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domenica 22 febbraio 2009

La Svizzera ha un approccio liberale all’assistenza al suicidio. Una nuova legge introdurrà delle restrizioni?

Assistenza al suicidio in Svizzera
La Svizzera ha un approccio liberale all’assistenza al suicidio. Una nuova legge introdurrà delle restrizioni?



10 febbraio 2009 - (ve) Il Codice penale svizzero, all’articolo 115, stabilisce che prestare aiuto ad una persona intenzionata a suicidarsi non è reato, se l’aiuto non viene prestato per motivi egoistici. Sulla base di questa norma minima, la Svizzera ha sviluppato una prassi piuttosto liberale nell’ambito dell’assistenza al suicidio. Nel paese sono sorte organizzazioni private, come Dignitas o Exit, che offrono aiuto alle persone che intendono porre fine ai loro giorni. Le autorità federali intendono ora introdurre regole che limitino l’attività delle organizzazioni che offrono aiuto al suicidio, ponendo quest’ultime sotto la sorveglianza della Confederazione.

A margine di una tavola rotonda dal titolo “Selbstbestimmt leben - und sterben?”, (“Decidere di vivere - decidere di morire?”) organizzata dall’Open Forum di Davos, sul tema del suicidio assistito e dell’eutanasia, la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf ha accettato di rispondere ad alcune domande in merito al prospettato varo di una legge federale che regolamenti la delicata materia dell’aiuto al suicidio.

Eveline Widmer-Schlumpf, è davvero necessario un intervento dello stato in questo settore?
Ritengo che a questo punto sia indispensabile intervenire. Negli ultimi anni ci sono stati degli sviluppi che lo Stato non può ignorare e di fronte ai quali non può chiudere gli occhi. Il problema è questo: quali misure adottare per porre dei limiti a situazioni che non possono essere accettate da un punto di vista etico e morale? In questo senso siamo chiamati ad intervenire.

A quali sviluppi si riferisce e quali abusi intendete impedire?
Negli ultimi anni ci sono stati numerosi casi di persone che si sono tolte la vita ricorrendo al suicidio assistito. Questi casi pongono delle domande alla società: non c’era davvero altra soluzione possibile che quella del suicidio, per quelle persone? Che cosa avremmo potuto fare noi, che cosa avremmo dovuto fare noi? Ci si può chiedere inoltre se la loro decisione di togliersi la vita non sia stata influenzata da pressioni esterne, se non abbiano percepito da parte di chi stava intorno a loro un tacito invito a farsi da parte, ad andarsene. Per impedire che si producano situazioni simili, per aiutare persone che desiderano ancora vivere, ma si sentono sottoposte a pressioni esterne, dobbiamo formulare alcune chiare regole. Non deve succedere che qualcuno dica: oggi voglio morire - e il suo desiderio sia accolto - sapendo che domani o dopodomani quella stessa persona potrebbe affermare il contrario.

Ma in questo settore così delicato, lo stato può davvero stabilire delle regole precise, che comprendano ogni possibile situazione e circostanza?
No, lo stato non può regolamentare ogni situazione e ogni circostanza. E in definitiva la decisione di porre termine alla propria vita dipende dalla responsabilità e dalla libera scelta di ogni persona che per motivi diversi ritiene di non trovare altra via di uscita che quella di suicidarsi. La domanda che io mi pongo è questa: la decisione è stata presa liberamente da quella persona? Se è così, non ho nulla da obiettare, una simile scelta può fare parte di un percorso di vita. Ma se invece quella decisione è stata influenzata da altri, o se è stata determinata da fattori che potrebbero essere modificati, allora ritengo che lo stato debba intervenire. Lo stato è chiamato a proteggere la vita, a creare condizioni che permettano di vivere. Questi sono gli elementi che dobbiamo valutare.

L’obiettivo del Consiglio federale sarà quello di porre fine all’attività di organizzazioni di aiuto al suicidio come Exit o Dignitas?
Io personalmente non lo voglio, ma non so quale sarà a questo proposito la posizione del Consiglio federale. Quello che io voglio è che queste organizzazioni operino nel quadro di regole chiare e trasparenti, che vengano imposti criteri precisi in merito alle qualifiche del personale che accompagna chi desidera morire, che simili organizzazioni dispongano di un accompagnamento medico e sociale qualificato che assicuri un corretto trattamento delle persone che si rivolgono a loro. Questi sono per me alcuni criteri indispensabili.

Signora Widmer-Schlumpf, lei è di confessione evangelica riformata. Che rapporto c’è tra la sua fede e le decisioni che è chiamata a prendere nell’ambito ad esempio del suicidio assistito?
La mia convinzione religiosa si riflette nel mio modo di essere e di agire, questo è chiaro. E ciò vale anche per le mie convinzioni etiche. Credo che questo sia comune a tutte le persone: le convinzioni più profonde affiorano e si manifestano. Nel contempo cerco però di trovare delle soluzioni - e questo fa parte dei miei compiti precisi - che possano essere condivise dalla maggioranza delle cittadine e dei cittadini (intervista a cura di Paolo Tognina).

Il dibattito politico recente
Nell’ottobre del 2006, la Commissione nazionale d’etica per la medicina (CNE) ha presentato dei criteri che dovrebbero far parte di una legge sulle organizzazioni di assistenza al suicidio. Tra questi, l’accertamento della capacità di discernimento del candidato al suicidio, la limitazione dell’assistenza a persone il cui desiderio di morte dipende da una grave sofferenza dovuta a malattia, l’assenza di pressioni dall’esterno, l’accertamento della volontà del paziente attraverso colloqui personali e ripetuti, la presa in considerazione di un secondo parere.
Il governo federale si era finora espresso contro l’introduzione di una legge sul suicidio assistito. In particolare il consigliere federale Christoph Blocher, ministro della giustizia, aveva ribadito che “possibili abusi nel quadro del suicidio assistito devono essere impediti attraverso un’applicazione coerente del diritto penale e della legislazione sanitaria”. La successora di Blocher, Eveline Widmer-Schlumpf ha invece imboccato una strada diversa e sostiene l’introduzione di una legge federale in materia.

Il contesto e la terminologia
La Svizzera è più liberale per quanto concerne l’eutanasia rispetto alla maggior parte dei paesi europei, ad eccezione dell’Olanda e del Belgio, che autorizzano, a certe condizioni, l’eutanasia attiva (il gesto viene compiuto da una persona terza).
In Svizzera l’eutanasia attiva diretta è assimilata all’omicidio, dunque punibile.
L’eutanasia attiva indiretta (p. es. amministrare delle forti dosi di morfina) non è punibile.
L’eutanasia passiva (sospendere la terapia) non è punibile.
L’aiuto al suicidio passivo (il paziente viene accompagnato, ma compie da solo il gesto finale) è autorizzato (fonte: swissinfo)

Nella foto (swiss-image): Eveline Widmer-Schlumpf



http://www.voce-evangelica.ch/index.cfm?method=articoli.notizie_gen&id=9008

martedì 2 dicembre 2008

Secco no allo spinello libero in Svizzera

Referendum, sì all'eroina di stato
Secco no allo spinello libero in Svizzera
No alla depenalizzazione della cannabis, ma un chiarissimo sì alla politica di distribuzione di eroina sotto controllo medico per i tossicomani più dipendenti. Chiamati alle urne in un referendum, gli svizzeri hanno anche detto no con il 58,6% al pensionamento anticipato flessibile senza riduzione della rendita. A sorpresa, e con appena il 51,9 % di voti a favore hanno invece accettato l'iniziativa per l'imprescrittibilità degli atti pedofili, promossa dall'associazione ''Marche blanche''
In una densa domenica di referendum, è senza esitazione che gli svizzeri hanno confermato la politica pragmatica sulla droga promossa dal governo da oltre un decennio e basata su numerose misure di prevenzione, riduzione dei danni, repressione e terapie, programmi di prescrizione di eroina inclusi: l'apposita legge federale sugli stupefacenti e sulle sostanze psicotrope è stata infatti approvata chiaramente con il 68 % di voti favorevoli in tutti i cantoni. Bocciata invece con più del 63% di voti contrari l'iniziativa popolare per la depenalizzazione della cannabis. Il testo chiedeva di depenalizzare il consumo e la coltivazione di canapa per uso personale, per lottare contro la criminalità legata al traffico, conferendo nel contempo alla Confederazione il compito di regolarne produzione, importazione, esportazione e commercio e di proteggere i giovani. Per gli osservatori, gli svizzeri hanno dato prova di pragmatismo approvando una legge sugli stupefacenti già collaudata e respingendo quel salto nel vuoto costituito dalla depenalizzazione degli spinelli. Una scelta probabilmente figlia dell'esperienza nazionale e dei traumatici ricordi delle "scene aperte" della droga di Zurigo, così come erano chiamati i luoghi di ritrovo degli eroinomani.
http://unionesarda.ilsole24ore.com/mondo/?contentId=52832

lunedì 1 dicembre 2008

Sul suicidio assistito e l’accompagnamento dei morenti

Rimettersi in quali mani?


Sul suicidio assistito e l’accompagnamento dei morenti

(Amanda Pfändler) L’aiuto al suicidio è accettato dalla gran parte degli svizzeri, eppure il tema - estremamente delicato - non cessa di far discutere. Che sia a causa di un ‘caso eccellente’, particolarmente mediatizzato, o per tutta la problematica legata al cosiddetto ‘turismo della morte’, oppure ancora per la mancanza di una specifica legge in Svizzera che regoli l’attività delle associazioni di accompagnamento alla morte, la stampa e la politica si ritrovano molto frequentemente a discutere del suicidio assistito.
Secondo un sondaggio effettuato presso mille persone in Svizzera tedesca e romanda dall’Istituto di ricerca Isopublic su mandato del mensile “reformiert.”, ben il 72 per cento degli intervistati ritiene l’aiuto al suicidio in caso di malattia incurabile “un aiuto in casi estremi” una sorta di ultima ratio, mentre il 38 per cento lo considera “un gesto d’amore verso il prossimo”.

Tutti d’accordo?
A stupire, oltre all’elevata accettazione da parte degli svizzeri di tale pratica, è il fatto che queste percentuali non cambino né a dipendenza dell’età degli intervistati, né in relazione all’appartenenza religiosa: protestanti e cattolici la pensano infatti praticamente allo stesso modo. E questo nonostante la Conferenza episcopale elvetica si sia esplicitamente detta contraria.
Un’ulteriore dimostrazione di questa ‘apertura’ nei confronti dell’aiuto al suicidio è dimostrata dal fatto che la maggior parte degli intervistati, che siano protestanti o cattolici, approva la posizione in merito della Federazione delle Chiese evangeliche in Svizzera (Fces), secondo cui le Chiese devono sia accompagnare e sostenere chi sceglie di porre fine alle proprie sofferenze, sia lottare per l’inviolabilità della vita umana e offrire tutto il conforto possibile a chi soffre.

Volontà individuale
Insomma, a prevalere, in Svizzera, è il rispetto per la volontà del singolo. Ebo Aebischer, teologo, autore del libro “Suicidio e desiderio di morire”, sottolinea come “non vi sia nulla di cristiano” nell’accanirsi a mantenere in vita una persona. Per Aebischer bisogna fare di tutto per offrire a chi medita di suicidarsi tutto il sostegno possibile affinché sappia che ci sono anche altre vie, e che la sua presenza è importante. Occorre tuttavia anche essere capaci di lasciare andare chi non vuole più restare. “Più che il dare una mano a chi desidera morire, il vero atto di compassione è tenergli la mano mentre affronta il suo cammino verso la morte”, sottolinea il teologo, membro lui stesso, tra l’altro, di Exit.

Accettare il distacco
Anche Edith Weber-Halter, infermiera che da anni accudisce malati terminali, difende il diritto alla libera scelta, anche se ciò non significa non fare di tutto affinché la persona che vuol morire sappia che il suicidio non è l’unica via. Ciononostante, afferma in base alla sua esperienza trentennale, “È atroce vedere ciò che devono subire certe persone perché i medici non sono capaci di accettare la morte dei propri pazienti o perché al pronto soccorso vengono sottoposti a ogni cura possibile per evitarne la morte”. Una possibile soluzione? Il testamento biologico - sottolinea Weber-Halter - possibilmente convalidato da un notaio, in modo che la volontà del paziente di rinunciare a una lunga agonia o a una vita da vegetale venga rispettata e soprattutto affinché non siano i parenti a dovere prendere una così difficile decisione.

Dubbi e limiti
Questo non significa tuttavia che la questione sia risolta né che l’atto in sé di togliersi la vita venga accettato tranquillamente. Basta guardare le percentuali relative al suicidio: ‘solo’ il 58 per cento degli intervistati lo ritiene “l’ultima possibilità in casi estremi”, sebbene il 57 per cento lo consideri “un diritto umano”. Quel che più stupisce è la differenza tra giovani e anziani: se infatti i secondi hanno un atteggiamento più comprensivo nei confronti della scelta di togliersi la vita, il 21 per cento degli giovani fra i 15 e i 34 anni (contro il 18 per cento del totale) considera il suicidio un peccato.

Di fronte all’inevitabile
La situazione cambia inoltre se si chiede di passare dalle parole ai fatti: alla domanda “Cosa farebbe se un suo caro le chiedesse di assisterlo mentre si somministra un medicamento letale?”, solo il 61 per cento degli intervistati ha detto che accetterebbe.
Percentuali meno nette si riscontrano anche in relazione a uno degli aspetti più controversi legati all’aiuto al suicidio: ovvero se esista il pericolo che le associazioni di accompagnamento al suicidio facciano pressione su anziani e malati terminali affinché quest’ultimi pongano fine alla propria vita e non siano quindi più un peso per la società. Anche se la maggioranza degli intervistati ritiene questi timori infondati, solo il 60 per cento pensa “sicuramente” o “piuttosto sicuramente” che ciò non accada.

Quale accompagnamento?
In realtà questo aspetto preoccupa anche coloro che quotidianamente hanno a che fare con malati terminali. Hansueli Albonico, capo della Sezione di medicina complementare dell’Ospedale regionale dell’Emmental, denuncia il fatto che, per abbattere i costi, molti nosocomi cercano di ‘scaricare’ ad altri istituti i pazienti terminali. Per Albonico sarebbe invece necessario poter offrire un accompagnamento alla morte ottimale e individuale anche in ospedale: “Tutti coloro i quali al momento del ricovero nella nostra sezione avevano espresso l’intenzione di ricorrere all’aiuto al suicidio, hanno in seguito cambiato idea" (fonte: “reformiert.”, settembre 2008)



http://www.voceevangelica.ch/index.cfm?method=articoli.main&id=8452