lunedì 1 dicembre 2008

I pomodori ogm anticancro

Aggiunti nel Dna i geni di una pianta che aumenta gli antiossidanti
I pomodori ogm anticancro
Studio europeo con Veronesi

Sono di colore viola e sono stati già usati con successo sulle cavie: allungano la vita
MILANO — Pomodori viola per combattere i tumori. La frontiera dei cibi-farmaco anticancro segna un nuovo risultato, grazie a uno studio europeo (il progetto Flora) a cui partecipa l'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Umberto Veronesi. Creati da Cathie Martin, presente anche a Venezia al «Futuro della scienza», che da anni studia le proprietà dei pomodori, contengono i geni di un fiore e producono una quantità importante di antocianine, antiossidanti del gruppo dei flavonoidi, di cui i pomodori normali (pur ricchi di anticancro come i licopeni) sono privi. La combinazione triplica lo scudo. Così almeno si è visto sui topi di laboratorio. Lo studio viene pubblicato oggi su Nature Biotechnology. Cathie Martin e la sua équipe lavorano nei laboratori britannici del John Innes Centre di Norwich. Lì sono stati creati i pomodori viola. Inseriti nella dieta di topi mutanti (senza il gene p53) particolarmente suscettibili ai tumori sono riusciti ad allungare la sopravvivenza dei topi. O meglio a posticipare la comparsa scontata del tumore. E lo Ieo ora punta molto sullo studio di questi cibi «arricchiti» per prevenire i tumori, se non per bloccare lo sviluppo di cellule neoplastiche. La strada è aperta. Verdura e frutta migliorata geneticamente per farci arrivare sani ai 120 anni di vita media programmata dai nostri geni. In un futuro non molto lontano potrebbe essere l'ortolano sotto casa il neofarmacista, consigliando un'insalata al pomodoro viola, banane al vaccino, riso alla vitamina A, aglio viola, patate lilla, broccoli o cime di rapa modificate con i geni dell'uva rossa, arance blu dagli effetti anti-ossidanti moltiplicati. Tutto è salutarmente modificabile. Insomma, la nocciolina che trasforma in supereroe il Pippo disneyano non è proprio fantascienza.

«Senza esagerare con la fantasia, si tratta di un importante passo avanti — dice Pier Giuseppe Pelicci, direttore della ricerca dello Ieo — nello studio degli antiossidanti, dei flavonoidi (le antocianine) in particolare, ormai largamente considerati una valida arma di prevenzione nei confronti di una vasta gamma di patologie, dalle malattie cardiovascolari ad alcuni tipi di cancro. La dieta seguita dalla maggioranza della popolazione nel mondo occidentale non sembra essere sufficiente a garantire un apporto adeguato di queste sostanze, presenti nelle verdure e nella frutta (soprattutto frutti di bosco, uva, arance rosse). Per questo il progetto Flora punta a capire meglio i loro meccanismi di azione e a trovare nuove strade per aumentarne il consumo».

Per ottenere una particolare ricchezza in antocianine nei pomodori che non ne hanno, i ricercatori inglesi hanno fatto ricorso a due geni presenti nella comune pianta bocca di leone (un fiore): conferendo così un colore viola (blu-rosso) ai nuovi pomodori. «I due geni che abbiamo isolato dalla bocca di leone — spiega Eugenio Butelli che lavora nel centro di Cathie Martin ed è primo autore della ricerca — sono responsabili dei colori dei fiori e, se introdotti in altre piante, sono la combinazione vincente per produrre antocianine». Una polvere ottenuta dai pomodori viola è stata somministrata a topi di laboratorio mutanti privi del gene della proteina p53 (comunemente conosciuta come «guardiana del genoma»). È una proteina fondamentale nel processo di sviluppo dei tumori. I topi che ne sono privi sviluppano, e precocemente, diversi tipi di tumore, soprattutto linfomi.

Gli animali usati per i test sono stati divisi in tre gruppi, a dieta diversa: al primo gruppo è toccato cibo comune, al secondo è stato aggiunto un 10% di estratto di pomodoro rosso normale, al terzo mangime con estratto di pomodoro viola. «Tra i primi due gruppi non sono state riscontrate differenze — spiega Marco Giorgio, dello Ieo, che ha condotto la sperimentazione sui topi —. Mentre l'ultimo gruppo, che ha mangiato pomodori viola, ha mostrato un allungamento della vita significativo: è sopravvissuto in media 182 giorni rispetto ai 142 dei topi a dieta comune». Anche se i risultati sono molto promettenti, i ricercatori però invitano alla cautela. I pomodori scuri, comunque, non sono una novità. Esistono già il Kumato, un ogm, e il Nero di Crimea, anch'esso con una colorazione scura. Queste varietà non hanno antociani. Infine, c'è il pomodoro Sun Black (progetto italiano Tom-Anto finanziato dal ministero dell'Università e della Ricerca): non è un Ogm, ma gli antociani sono accumulati nella sola buccia.

Mario Pappagallo
http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/08_ottobre_27/pomodori_ogm_anticancro_bf90381c-a3f1-11dd-b65a-00144f02aabc_print.html

«La tubercolosi in Italia dall'Est Europa»

Nel nostro Paese 4500 casi notificati (Istat) e circa 1500 non ufficiali
«La tubercolosi in Italia dall'Est Europa»
I medici internisti invitano alla prudenza: «La Tbc non diminuisce e alla base ci sono i flussi migratori»
GENOVA - La tubercolosi non è scomparsa e «sta rientrando in Italia anche dalle frontiere aperte dell'Europa Unita» e soprattutto dall'Est. Per questo i medici internisti riuniti a Genova per il 109esimo congresso nazionale propongono «studi a campione su gruppi di immigrati a rischio tubercolosi».

«PRUDENZA» - Non è caso di fare «allarmismi» sottolineano i medici internisti, invitando tuttavia alla «prudenza». «La tubercolosi non diminuisce e alla base sono i flussi migratori dall'Est Europa». In Italia ci sono 4500 casi notificati (Istat) e circa 1500 non ufficiali, circa 6mila casi pari a 10 ogni 100mila abitanti. «Dal nostro osservatorio della realtà italiana - spiega Luigi Ruffo Codecasa responsabile del Centro Regionale di riferimento per la Tubercolosi, Istituto Villa Marelli-Az.Osp. Niguarda Cà Granda - sappiamo che circa il 50% dei nuovi casi arrivano da gruppi di immigrati. In particolare quelli dell'Est europeo sono più a rischio».

ROMANIA E STUDI CAMPIONE - Tra i Paesi più in difficoltà c'è la Romania, con oltre 50 casi ogni 100 mila abitanti, seguita quasi alla pari da Ucraina, Moldavia e Bulgaria. Gli esperti ritengono impossibile pensare a vaccinazioni o test in funzione preventiva su tutti gli immigrati e propongono di effettuare studi campione nei gruppi più a rischio dicendosi pronti a collaborare con le istituzioni per censire e analizzare la composizione dei gruppi etnici di immigrati presenti nelle principali città italiane ed avviare una sequenza di studi campione sulla Tbc per constatare la realtà effettiva.

http://www.corriere.it/salute/08_ottobre_26/tbc_internisti_9752372a-a378-11dd-8d2c-00144f02aabc_print.html

Mangiare in fretta fa davvero ingrassare

studio su oltre tremila pesone pubblicato sul british medical journal
Mangiare in fretta fa davvero ingrassare
Lo conferma una ricerca giapponese: trangugiare il cibo manda in tilt il sistema che fa avvertire la sazietà
Bisogna mangiare lentamente, masticare bene (almeno 20 volte ogni boccone) e abbandonare la pessima abitudine di trangugiare tutto velocemente. Pena un girovita più abbondante. Lo dicono le mamme e lo consigliano i nutrizionisti, e oggi la toeria del «chi mangia piano ci guadagna in salute» è avvallata ulteriormente anche da uno studio condotto in Giappone presso la Osaka University e pubblicato sul British Medical Journal.

RISCHIO RADDOPPIATO - Gli scienziati hanno analizzato le abitudini alimentari di 3 mila persone, mettendo in luce che chi non si gusta tranquillamente il pasto dedicandoci tutto il tempo necessario, vede raddoppiata la possibilità di essere in sovrappeso. Questo essenzialmente perché ingozzandoci mandiamo in tilt il sistema preposto alla trasmissione del senso di sazietà, che dovrebbe dire al nostro cervello che è il momento di smettere di mangiare perchè lo stomaco è pieno. Così si finisce col mangiare più del necessario e i chili aumentano.

LA RICERCA - Poco meno della metà dei volontari che hanno partecipato allo studio hanno riferito di avere la tendenza a mangiare rapidamente. I dati raccolti dimostrano che gli uomini dalla forchetta veloce, paragonati a quelli che invece sono fedeli alla filosofia slow, e che degustano le pietanze con la giusta calma e in rilassatezza, hanno l'84 per cento di probabilità in più di essere in sovrappeso. La percentuale è addirittura raddoppiata quando si tratta del gentil sesso. E non è tutto: il rischio obesità è triplicato se, oltre a mangiare velocemente, si mangia fino a che non ci si sente sazi.

CONSIGLI - Oltre alle raccomandazioni sulla masticazione e sulla qualità del cibo con cui ci si nutre, rimane quindi valido il suggerimento di alzarsi da tavola prima di «sentirsi pieni». Assolutamente sconsigliabile consumare i pasti davanti alla televisione o al computer: meglio sedersi a tavola e degustare ciò che si ha nel piatto, magari sedendosi accanto a qualcuno che invece mangia con calma, giusto per avere un termine di paragone e magari - chissà - lasciarsi influenzare dalla lentezza.

Alessandra Carboni
http://www.corriere.it/salute/nutrizione/08_ottobre_22/mangiare_fretta_ingrassare_e264e512-a03c-11dd-bdbb-00144f02aabc.shtml

Staminali: autotrapianto salva gamba a donna con ischemia critica

Staminali: autotrapianto salva gamba a donna con ischemia critica


Roma, 22 ott. (Adnkronos Salute) - Un autotrapianto di staminali ha salvato la gamba di una donna con ischemia critica. E, a 28 giorni dall'impianto di staminali autologhe sulla paziente con malattia irreversibile, l'intervento eseguito al Centro di ricerca e formazione ad alta tecnologia nelle scienze biomediche dell'Università Cattolica di Campobasso "può dirsi completamente riuscito sul piano del risultato chirurgico", spiegano i medici in una nota. "L'amputazione della gamba non è più necessaria, e al momento la paziente sta bene ed è tornata a camminare".

L'eccezionale intervento è stato eseguito il 23 settembre scorso, su una donna colpita da ischemia critica di un arto inferiore, che aveva gravi problemi di circolazione. Normalmente per i pazienti con queste patologie non esistono alternative all'amputazione. L'uso delle cellule staminali, spiegano i medici della Cattolica di Campobasso, si giustifica nella speranza di far 'rinascere' almeno in parte i vasi, tanto da assicurare per quanto possibile una circolazione e quindi mantenere in vita l'arto in via di necrotizzazione. Le staminali sono cellule non differenziate e specializzate, dotate della capacità di trasformarsi in qualunque altro tipo di cellula del corpo. Il loro uso prevalente oggi è in ematologia, per curare le leucemie e altri tumori del sangue con procedure come il trapianto di midollo. L'utilizzo in campo cardiovascolare è stato finora praticato solo in pochi Centri in Europa. Nel caso di Campobasso sono state usate 'cellule bambine' prelevate dal midollo osseo della stessa paziente, isolate nel corso dell'intervento stesso e reiniettate immediatamente.

Il progetto di ricerca è stato approvato dal Comitato etico dell'Università e finanziato con fondi dello stesso ateneo. Oggi la paziente è in buone condizioni, al controllo ambulatoriale non riferisce i dolori tipici della gangrena, la temperatura della gamba operata è normale e la donna da qualche giorno ha ripreso con prudenza a camminare.

L'obiettivo della sperimentazione, spiegano i componenti dell'equipe multidisciplinare coordinata da Francesco Alessandrini, direttore del Dipartimento di malattie cardiovascolari della Cattolica di Campobasso, "non è rivoluzionare le metodiche tradizionali di trattamento di queste patologie vascolari, che mantengono tutta la loro validità, ma di offrire un'ulteriore ed efficace possibilità ai pazienti in cui le altre terapie si sono dimostrate inefficaci". La sperimentazione è stata eseguita in stretta collaborazione con l'Unità operativa di Oncoematologia, diretta da Sergio Storti; il Dipartimento immagini, diretto da Giuseppina Sallustio; il Dipartimento dei Laboratori, diretto da Bruno Zappacosta, e il Dipartimento di Anestesia e terapia intensiva, diretto da Marco Rossi.



http://www.adnkronos.com/IGN/Salute/?id=3.0.2619780009

CERVELLO ATTIVO PROTEGGE DALL'ALZHEIMER

Ricerca europea coordinata dal San Raffaele di Milano: se la mente
rimane attiva, si crea una scorta di sinapsi che riesce a contrastare la malattia
Così un cervello allenato
protegge dall'Alzheimer
di ALESSIA MANFREDI



ROMA - Basta poco, anche un semplice cruciverba, un sudoku o le parole crociate. Imparare a memoria una canzone, esercitarsi a parlare una lingua straniera, perfino ripetere le tabelline: il trucco è mantenere allenato il cervello, che, se viene stimolato continuamente, protegge dal morbo di Alzheimer, ne rallenta l'insorgere e ne smorza i sintomi.

Lo dimostra uno studio europeo che ha coinvolto diversi centri di ricerca, coordinati dai ricercatori dell'Università Vita-Salute San Raffaele e dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele, pubblicato su Neurology. Secondo gli studiosi, in particolare, chi tiene il cervello continuamente in esercizio - come chi svolge attività intellettualmente impegnative o ha un grado alto di istruzione - si munisce di un "cervello di scorta" che entra in funzione se la malattia degenerativa colpisce, rallentandone il decorso e l'aggressività. "Se la malattia danneggia i neuroni e le loro connessioni, un cervello ben allenato se la cava lo stesso, utilizzando le altre connessioni sane come riserva" spiegano i ricercatori.

Lo studio è stato condotto su 300 malati di Alzheimer e 100 anziani con lievi disturbi della memoria per una durata di 14 mesi: avevano tutti diversi livelli di istruzione e facevano lavori diversi, dal manager alla casalinga. La ricerca ha evidenziato che chi aveva un grado di istruzione più alto o svolgeva un'attività intellettualmente più impegnativa, mostrava i sintomi della malattia più tardi rispetto a casalinghe o disoccupati, e riusciva, ad esempio, a ricordare meglio degli altri e con più facilità il nome di un oggetto. "Questo nonostante la malattia ne avesse già danneggiato neuroni e sinapsi, condizione normalmente causa di terribili sintomi della malattia, tra cui la perdita della memoria", sottolineano i ricercatori.


Un cervello allenato, in sostanza, sviluppa più sinapsi - le connessioni tra neuroni - che si trasformano in una preziosa scorta quando la malattia aggredisce. Questa "scorta" è stata scoperta grazie alla tomografia ad emissione di positroni (Pet) ed è stata chiamata "riserva funzionale". Grazie a questa, le persone più istruite sono in grado di sostituire le sinapsi danneggiate dalla malattia con altre funzionanti, riducendo così i sintomi invalidanti dell'Alzheimer, una piaga che colpisce sempre di più la società che sta diventando sempre più vecchia: nel mondo i malati di Alzheimer sono 25 milioni e in Italia almeno 500mila. Di questa malattia soffre il 20 per cento della popolazione sopra i 65 anni.

Così diventa fondamentale combattere l'analfabetismo, dice Daniela Perani, coordinatrice dello studio, proprio per ritardare l'esordio della malattia. "Bisogna trovare i mezzi per favorire la lettura e stimolare le attività intellettuali nella popolazione e non solo in quella anziana: queste sono solo alcune delle strade che possiamo percorrere per combattere, sin da bambini, la malattia", conclude la ricercatrice.

(20 ottobre 2008)
http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scienza_e_tecnologia/alzheimer-cervello/alzheimer-cervello/alzheimer-cervello.html

CUORE: ARRIVA LA BIRRA OGM CHE FA BENE

CUORE: ARRIVA LA BIRRA OGM CHE FA BENE

Un gruppo di giovani studenti della Rice University ha creato, al solo scopo di partecipare ad un concorso internazionale, una birra che contiene al suo interno il resveratrolo. E' la sostanza contenuta nel vino rosso e nel cacao che, secondo molti, per le sue qualita' antiossidanti, e' in grado di proteggere contro il rischio di malattie cardiovascolari, tumore e invecchiamento. Gli studenti dell'ateneo americano hanno deciso di creare questa particolare qualita' di birra arricchita per poter partecipare e vincere l'International Genetically Engineered Machine (iGEM) competition che si terra' il prossimo 8 e 9 novembre a Cambridge (Boston). Per riuscire ad inserire nella birra il resveratrolo gli studenti americani hanno dovuto creare in laboratorio un tipo di lievito capace allo stesso tempo di fermentare e di produrre resveratrolo. Paradossalmente molti degli studenti che hanno partecipato al progetto di ricerca non avevano l'eta' legale per poter bere birra. (AGI) - Boston, 17 ott.



http://salute.agi.it/primapagina/notizie/200810171116-hpg-rsa0016-art.html

ITALIANI SCOPRONO POSSIBILE CHIAVE PER LA CURA DEI TUMORI ALLA PROSTATA

Tumori alla prostata, italiani scoprono
una possibile chiave per la cura


ROMA (19 ottobre) - Anche il cancro avanzato della prostata potrà essere curato. Un gruppo di ricercatori italiani è riuscito a scoprire il meccanismo genetico con il quale il tumore della prostata diventa aggressivo e resistente alle terapie e a comprendere come è possibile tentare di curare la malattia con tecniche di biologia molecolare distruggendo le cellule neoplastiche. Lo studio, coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità e coordinato da Ruggero De Maria viene pubblicato oggi sulla rivista inglese Nature.

Secondo il presidente dell'Iss Enrico Garaci «grazie a questa ricerca siamo molto vicini ad una terapia contro gli stadi avanzati del cancro alla prostata». La ricerca, condotta in collaborazione con l'equipe del professor Giovanni Muto, primario di Urologia dell'Ospedale San Giovanni Bosco di Torino e con l'Istituto Oncologico del Mediterraneo di Catania, è stata finanziata grazie ai fondi dell'accordo Italia-Usa e dall'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.

Analizzando il tessuto tumorale di 40 pazienti i ricercatori hanno compreso che l'aggressività del carcinoma prostatico è causata dalla perdita di un frammento di Dna del cromosoma 13 che contiene due piccoli geni, chiamati microRna-15a e microRna -16, i quali agiscono bloccando la progressione maligna del tumore.

Successivamente lo studio ha avuto come obiettivo la possibile soluzione terapeutica: con tecniche di biologia molecolare Ruggero De Maria e i suoi colleghi sono riusciti a reintrodurre nelle cellule malate i geni perduti, tecnica che ha permesso di bloccare la crescita delle cellule tumorali che vengono distrutte. «Le implicazioni cliniche di questa ricerca sono notevoli», ha commentato Garaci. «La possibilità di curare tumori aggressivi della prostata tramite la somministrazione di questi piccoli micro-Rna è stata confermata in test su animali di laboratorio - ha spiegato De Maria - e con questo bagaglio di conoscenze il cancro della prostata potrà essere sconfitto».

In Italia ogni anno vengono diagnosticati circa 44.000 nuovi casi di tumore alla prostata che sono destinati ad aumentare, considerando il progressivo invecchiamento della popolazione. Sebbene negli ultimi quindici anni il dosaggio dell'antigene prostatico specifico (Psa) abbia aumentato considerevolmente le diagnosi precoci e le possibilità di guarigione, il cancro alla prostata rappresenta ancora oggi la seconda causa di morte da tumore nell'uomo dopo il carcinoma del polmone.


http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=33103&sez=HOME_SCIENZA