Cervello
Leggere nel pensiero non e' piu' fantascienza: neurologi Usa hanno decifrato il 'codice linguistico' del cervello.
Sono cioe' riusciti ad associare a ciascuna parola che indichi un oggetto concreto (per esempio casa) un preciso schema di attivazione cerebrale. Quando una certa combinazione di aree del cervello si attiva, vuol dire che stiamo pensando a un nome specifico.
Reso noto sulla rivista Science, il risultato potrebbe permettere in futuro di creare dispositivi per leggere nel pensiero basandosi su questo 'dizionario cerebrale'.
Coordinati da Tom Mitchell della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, gli scienziati hanno osservato con la risonanza magnetica diverse combinazioni di attivita' cerebrale di volontari, collegandone ciascuna ad una parola.
Poi utilizzando statisticamente queste associazioni tra attivita' neurale e singola parola, hanno dedotto il 'codice' di migliaia di altre parole. Aver decriptato almeno in parte il codice del cervello servira' in futuro per studiare malattie come l'autismo, disturbi del pensiero come la paranoia, la schizofrenia, la
demenza semantica.
http://www.rainews24.it/notizia.asp?newsID=82173#
lunedì 2 giugno 2008
CARCINOMA MAMMARIO-SUCCESSO TERAPIA CON ACIDO ZOLEDRONICO E ORMONE
TERAPIA ORMONALE PER IL CARCINOMA MAMMARIO-SUCCESSO
01-06-008
L’associazione di acido zoledronico alla terapia ormonale postchirurgica riduce del 36% il rischio di recidiva o di decesso e migliora i benefici clinici ottenuti con la sola terapia ormonale. Questi i dati dello studio ABCSG-12 presentati da un team di ricercatori dell’Austrian Breast & Colorectal Cancer Study Group, durante l’ASCO 2008 a Chicago.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ogni anno nel mondo sono circa 500.000 i decessi causati da recidiva o metastatizzazione del carcinoma mammario e l’incidenza di questa malattia va purtroppo aumentando. Lo studio di fase III, multicentrico, in aperto ha arruolato 1.803 donne in premenopausa affette da carcinoma mammario di stadio I o II positivo per i recettori degli estrogeni, con meno di 10 linfonodi ascellari coinvolti. Le pazienti sono state trattate per tre anni e osservate per ulteriori due anni: l'associazione dell’acido zoledronico alla terapia ormonale con tamoxifene o anastrozolo ha prolungato significativamente sia la sopravvivenza libera da malattia, sia la sopravvivenza libera da recidiva. Rispetto alla sola terapia ormonale, il rischio di eventi che limitano la sopravvivenza libera da malattia (incluso il decesso per qualsiasi causa) è sceso del 36%.
Questi sono i primi dati ottenuti da un vasto programma clinico di studio sull'effetto antitumorale diretto dell’acido zoledronico nel carcinoma mammario, polmonare e prostatico.
L’acido zoledronico è già il trattamento di prima scelta a livello mondiale per la prevenzione o il rallentamento della comparsa di eventi correlati all'apparato scheletrico (SRE) in pazienti affetti da diversi tumori in fase avanzata che interessano l’osso. Diversi studi che prevedono l’arruolamento di 20.000 pazienti in 10 studi clinici, ne esploreranno i benefici antitumorali anche in altri tipi di tumore. Attendiamo i risultati nei prossimi due o tre anni.
Maria Nardoianni
http://it.notizie.yahoo.com/pensiero/20080601/r_t_pensiero_hl/thl-significativi-beneifici-antitumorali-bd646f4_1.html?printer=1
01-06-008
L’associazione di acido zoledronico alla terapia ormonale postchirurgica riduce del 36% il rischio di recidiva o di decesso e migliora i benefici clinici ottenuti con la sola terapia ormonale. Questi i dati dello studio ABCSG-12 presentati da un team di ricercatori dell’Austrian Breast & Colorectal Cancer Study Group, durante l’ASCO 2008 a Chicago.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ogni anno nel mondo sono circa 500.000 i decessi causati da recidiva o metastatizzazione del carcinoma mammario e l’incidenza di questa malattia va purtroppo aumentando. Lo studio di fase III, multicentrico, in aperto ha arruolato 1.803 donne in premenopausa affette da carcinoma mammario di stadio I o II positivo per i recettori degli estrogeni, con meno di 10 linfonodi ascellari coinvolti. Le pazienti sono state trattate per tre anni e osservate per ulteriori due anni: l'associazione dell’acido zoledronico alla terapia ormonale con tamoxifene o anastrozolo ha prolungato significativamente sia la sopravvivenza libera da malattia, sia la sopravvivenza libera da recidiva. Rispetto alla sola terapia ormonale, il rischio di eventi che limitano la sopravvivenza libera da malattia (incluso il decesso per qualsiasi causa) è sceso del 36%.
Questi sono i primi dati ottenuti da un vasto programma clinico di studio sull'effetto antitumorale diretto dell’acido zoledronico nel carcinoma mammario, polmonare e prostatico.
L’acido zoledronico è già il trattamento di prima scelta a livello mondiale per la prevenzione o il rallentamento della comparsa di eventi correlati all'apparato scheletrico (SRE) in pazienti affetti da diversi tumori in fase avanzata che interessano l’osso. Diversi studi che prevedono l’arruolamento di 20.000 pazienti in 10 studi clinici, ne esploreranno i benefici antitumorali anche in altri tipi di tumore. Attendiamo i risultati nei prossimi due o tre anni.
Maria Nardoianni
http://it.notizie.yahoo.com/pensiero/20080601/r_t_pensiero_hl/thl-significativi-beneifici-antitumorali-bd646f4_1.html?printer=1
TUMORE AL RENE-SPERANZE DA UN NUOVO FARMACO
TUMORE AL RENE-SPERANZE DA UN NUOVO FARMACO
2-06-2008
(AGI) - Chicago - Circa 200.000 nuovi malati l'anno, 8.500 solo in Italia, con una mortalita' del 50 per cento, e una crescita esponenziale dei casi, aumentati del 350 per cento dagli anni '60 ad oggi. Sono i numeri del tumore al rene, non uno dei principali 'big killer' ma uno dei tumori piu' difficili da trattare "perche' non esistono screening di nessun tipo, da' pochi segni di se' e quei pochi sono aspecifici, ed e' quindi molto difficile arrivare a una diagnosi precoce". Il prof. Camillo Porta, oncologo all'Ircss San Matteo di Pavia, spiega cosi' il preoccupante aumento non solo di nuovi casi, ma anche delle forme piu' avanzate, dove si raggiunge il 100 per 100 di mortalita'. "Il 35 per cento dei casi che vengono diagnosticati - spiega infatti l'oncologo - sono gia' in una fase incurabile, e un altro 35 per cento in fase abbastanza avanzata da rischiare con quasi certezza lo sviluppo di metastasi nel tempo". In ogni caso, "se fino a pochi anni fa praticamente non c'erano terapie efficaci", oggi con i nuovi farmaci biologici le speranze per i pazienti sono moltiplicate. E' il caso del 'bevacizumab', primo anticorpo monoclonale che inibisce l'angiogenesi, cioe' di fatto 'affama' il tumore. Lo studio Avoren presentato al congresso di oncologia Asco a Chicago conferma che l'aggiunta di 'bevacizumab' alla terapia standard a base di interferone prolunga in maniera significativa il tempo in cui i pazienti vivono senza un peggioramento della malattia. "Nel corso dell'Asco di quest'anno - conferma Porta - e' stata posta in luce l'attivita' dei farmaci 'a bersaglio molecolare', e del bevacizumab in particolare, nel trattamento del tumore al rene, attivita' che permettera' a un sempre maggior numero di pazienti di convivere, anche a lungo, con la propria malattia". (AGI)
http://salute.agi.it/primapagina/notizie/200806021404-hpg-rsa0011-art.html
2-06-2008
(AGI) - Chicago - Circa 200.000 nuovi malati l'anno, 8.500 solo in Italia, con una mortalita' del 50 per cento, e una crescita esponenziale dei casi, aumentati del 350 per cento dagli anni '60 ad oggi. Sono i numeri del tumore al rene, non uno dei principali 'big killer' ma uno dei tumori piu' difficili da trattare "perche' non esistono screening di nessun tipo, da' pochi segni di se' e quei pochi sono aspecifici, ed e' quindi molto difficile arrivare a una diagnosi precoce". Il prof. Camillo Porta, oncologo all'Ircss San Matteo di Pavia, spiega cosi' il preoccupante aumento non solo di nuovi casi, ma anche delle forme piu' avanzate, dove si raggiunge il 100 per 100 di mortalita'. "Il 35 per cento dei casi che vengono diagnosticati - spiega infatti l'oncologo - sono gia' in una fase incurabile, e un altro 35 per cento in fase abbastanza avanzata da rischiare con quasi certezza lo sviluppo di metastasi nel tempo". In ogni caso, "se fino a pochi anni fa praticamente non c'erano terapie efficaci", oggi con i nuovi farmaci biologici le speranze per i pazienti sono moltiplicate. E' il caso del 'bevacizumab', primo anticorpo monoclonale che inibisce l'angiogenesi, cioe' di fatto 'affama' il tumore. Lo studio Avoren presentato al congresso di oncologia Asco a Chicago conferma che l'aggiunta di 'bevacizumab' alla terapia standard a base di interferone prolunga in maniera significativa il tempo in cui i pazienti vivono senza un peggioramento della malattia. "Nel corso dell'Asco di quest'anno - conferma Porta - e' stata posta in luce l'attivita' dei farmaci 'a bersaglio molecolare', e del bevacizumab in particolare, nel trattamento del tumore al rene, attivita' che permettera' a un sempre maggior numero di pazienti di convivere, anche a lungo, con la propria malattia". (AGI)
http://salute.agi.it/primapagina/notizie/200806021404-hpg-rsa0011-art.html
TUMORE AL POLMONE-ARRIVA UN TESTO SEMPLICE
2008-06-02 14:41
TUMORE AL POLMONE, VERSO IL TEST CHE PREDICE IL RISCHIO
CHICAGO - Un semplice test del sangue per individuare il tumore al polmone nella sua fase iniziale e predire il rischio che un soggetto fumatore ha di ammalarsi di tale patologia nell'arco dei successivi due anni. Il test si basa sull'individuazione di una particolare 'impronta' genetica, che i ricercatori hanno riscontrato essere presente in coloro che hanno poi sviluppato la neoplasia.
Non è ancora una realtà, ma i primi risultati della sperimentazione del nuovo test sono molto incoraggianti. A metterlo a punto, i ricercatori dell'Università di Colonia, guidati da Thomas Zander, che ha illustrato i primi, positivi dati della sperimentazione in corso al congresso della Società americana di oncologia (Asco), in svolgimento a Chicago. Un risultato definito "entusiasmante", anche se si è ancora in una fase preliminare degli studi e gli esperti invitano alla prudenza.
Ma i primi dati, affermano i ricercatori tedeschi, sono senza dubbio incoraggianti. Il test, spiega Zander, "é risultato sensibile e capace di identificare il tumore al polmone in uno stadio molto precoce, negli individui fumatori, ma anche di predire il rischio di insorgenza per un periodo di due anni". Come? Utilizzando appunto "l'impronta" del Rna. In altre parole i ricercatori hanno individuato il 'marchio genetico' che caratterizza i soggetti malati di tumore al polmone, e lo hanno fatto comparando i linfociti del sangue di un gruppo di pazienti con quelli di un gruppo di individui sani. Individuati i geni 'spia' del tumore, hanno quindi esaminato un campione di soggetti fumatori sani e, in alcuni di essi, hanno riscontrato la presenza degli stessi geni spia. Proprio questi soggetti, nell'arco dei successivi due anni, hanno sviluppato nella maggioranza dei casi la patologia. Il grado di accuratezza del test, afferma Zander, è dell'88%.
Un risultato importante, soprattutto alla luce di un dato: solo il 15% dei pazienti affetti da cancro al polmone sopravvive e la sopravvivenza media é di circa due anni. La causa sta proprio nella diagnosi tardiva, dal momento che questo tipo di tumore è diagnosticato quando è già in fase avanzata. Riuscire ad avere una diagnosi precoce - proprio quello che il test in sperimentazione promette - significherà dunque poter mettere a punto una strategia terapeutica per migliorare notevolmente la sopravvivenza di tali pazienti. "Quello che ora abbiamo fatto - precisa Zander - è identificare nel sangue il preciso profilo genetico del cancro al polmone, prima che la malattia si manifesti clinicamente".
Naturalmente, ha aggiunto però, "ulteriori studi sono necessari, anche se i primi risultati lasciano ben sperare". Una prospettiva interessante anche secondo l'esperto in tumori polmonari Cesare Gridelli, direttore della divisione di oncologia medica dell'ospedale Moscati di Avellino: "Puntare all'identificazione del profilo genico che predice il rischio di sviluppare il tumore del polmone è senza dubbio un traguardo a cui lavorare. Si tratta però - conclude l'esperto - di una prospettiva non immediata e che richiederà ulteriori, importanti sperimentazioni".
http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/altrenotizie/visualizza_new.html_78072779.html
TUMORE AL POLMONE, VERSO IL TEST CHE PREDICE IL RISCHIO
CHICAGO - Un semplice test del sangue per individuare il tumore al polmone nella sua fase iniziale e predire il rischio che un soggetto fumatore ha di ammalarsi di tale patologia nell'arco dei successivi due anni. Il test si basa sull'individuazione di una particolare 'impronta' genetica, che i ricercatori hanno riscontrato essere presente in coloro che hanno poi sviluppato la neoplasia.
Non è ancora una realtà, ma i primi risultati della sperimentazione del nuovo test sono molto incoraggianti. A metterlo a punto, i ricercatori dell'Università di Colonia, guidati da Thomas Zander, che ha illustrato i primi, positivi dati della sperimentazione in corso al congresso della Società americana di oncologia (Asco), in svolgimento a Chicago. Un risultato definito "entusiasmante", anche se si è ancora in una fase preliminare degli studi e gli esperti invitano alla prudenza.
Ma i primi dati, affermano i ricercatori tedeschi, sono senza dubbio incoraggianti. Il test, spiega Zander, "é risultato sensibile e capace di identificare il tumore al polmone in uno stadio molto precoce, negli individui fumatori, ma anche di predire il rischio di insorgenza per un periodo di due anni". Come? Utilizzando appunto "l'impronta" del Rna. In altre parole i ricercatori hanno individuato il 'marchio genetico' che caratterizza i soggetti malati di tumore al polmone, e lo hanno fatto comparando i linfociti del sangue di un gruppo di pazienti con quelli di un gruppo di individui sani. Individuati i geni 'spia' del tumore, hanno quindi esaminato un campione di soggetti fumatori sani e, in alcuni di essi, hanno riscontrato la presenza degli stessi geni spia. Proprio questi soggetti, nell'arco dei successivi due anni, hanno sviluppato nella maggioranza dei casi la patologia. Il grado di accuratezza del test, afferma Zander, è dell'88%.
Un risultato importante, soprattutto alla luce di un dato: solo il 15% dei pazienti affetti da cancro al polmone sopravvive e la sopravvivenza media é di circa due anni. La causa sta proprio nella diagnosi tardiva, dal momento che questo tipo di tumore è diagnosticato quando è già in fase avanzata. Riuscire ad avere una diagnosi precoce - proprio quello che il test in sperimentazione promette - significherà dunque poter mettere a punto una strategia terapeutica per migliorare notevolmente la sopravvivenza di tali pazienti. "Quello che ora abbiamo fatto - precisa Zander - è identificare nel sangue il preciso profilo genetico del cancro al polmone, prima che la malattia si manifesti clinicamente".
Naturalmente, ha aggiunto però, "ulteriori studi sono necessari, anche se i primi risultati lasciano ben sperare". Una prospettiva interessante anche secondo l'esperto in tumori polmonari Cesare Gridelli, direttore della divisione di oncologia medica dell'ospedale Moscati di Avellino: "Puntare all'identificazione del profilo genico che predice il rischio di sviluppare il tumore del polmone è senza dubbio un traguardo a cui lavorare. Si tratta però - conclude l'esperto - di una prospettiva non immediata e che richiederà ulteriori, importanti sperimentazioni".
http://www.ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/altrenotizie/visualizza_new.html_78072779.html
martedì 6 maggio 2008
OBESITA' E DIABETE: RADICI NEL DNA
Obesità e diabete: radici nel DNA
Due i geni responsabili
Lo scorso aprile gli studiosi hanno indicato in un gene chiamato Fto il principale responsabile dell'obesità. Oggi si scopre che questo piccolo nemico della linea ha almeno un complice, sempre nel DNA: questo secondo gene si chiama Mc4r. Le varianti “cattive” di questi due geni insieme sono responsabili in media di 3,8 chili di aumento di peso. Lo ha scoperto uno studio internazionale condotto su oltre 90mila soggetti, che ha coinvolto 77 istituzioni di Inghilterra, Usa, Francia, Germania, Italia, Finlandia e Svezia. (per l'Italia ha partecipato l'Istituto di neurogenetica e neurofarmacologia del Cnr di Cagliari).
Nel corso dello studio, pubblicato da “Nature Genetics”, i diversi istituti hanno cercato nella popolazione i geni ricorrenti legati all'aumento di peso. Il “colpevole” è stato così individuato nel segmento di Dna che esprime la proteina chiamata appunto Mc4r, di cui sono state trovate diverse varianti, alcune delle quali legate a forme di obesità molto gravi. In tutti i casi il nuovo gene e il già noto Fto hanno mostrato di lavorare bene insieme, e di dar luogo a effetti particolarmente negativi.
“Dobbiamo ancora scoprire come funzionano esattamente i due geni – spiegano gli esperti del Wellcome Trust Sanger Institute di Londra - ma questo è un passo fondamentale per capire come intervenire dal punto di vista biologico”. Lo studio ha anche dimostrato che le varianti cattive sono più comuni in chi ha antenati asiatici rispetto agli europei, anche se tra gli inglesi sono presenti in circa il 50% della popolazione. Nel nuovo studio i ricercatori, guidati da Mark McCarthy, hanno visto che i soggetti più sfortunati, portatori delle varianti di entrambi i geni, guadagnano sulla bilancia, in media, ben 3,8 chili in più. Se la cava meglio, ma non troppo, chi presenta solo la variante individuata di recente: per lui, infatti, la bilancia segna “solo” 1,5/2 chili in più. Comunque, anche da solo, l'Mc4r ha mostrato di essere responsabile di almeno due centimetri di giro-vita in più e soprattutto dell'aumento della resistenza all'insulina, da cui consegue il diabete di tipo 2.
''Ovviamente non si può cambiare la predisposizione genetica alle malattie - scrivono gli esperti - ma conoscendo i soggetti a rischio si possono far adottare stili di vita più sani e sviluppare farmaci specifici”.
http://www.tgcom.mediaset.it/tgmagazine/articoli/articolo412136.shtml
Due i geni responsabili
Lo scorso aprile gli studiosi hanno indicato in un gene chiamato Fto il principale responsabile dell'obesità. Oggi si scopre che questo piccolo nemico della linea ha almeno un complice, sempre nel DNA: questo secondo gene si chiama Mc4r. Le varianti “cattive” di questi due geni insieme sono responsabili in media di 3,8 chili di aumento di peso. Lo ha scoperto uno studio internazionale condotto su oltre 90mila soggetti, che ha coinvolto 77 istituzioni di Inghilterra, Usa, Francia, Germania, Italia, Finlandia e Svezia. (per l'Italia ha partecipato l'Istituto di neurogenetica e neurofarmacologia del Cnr di Cagliari).
Nel corso dello studio, pubblicato da “Nature Genetics”, i diversi istituti hanno cercato nella popolazione i geni ricorrenti legati all'aumento di peso. Il “colpevole” è stato così individuato nel segmento di Dna che esprime la proteina chiamata appunto Mc4r, di cui sono state trovate diverse varianti, alcune delle quali legate a forme di obesità molto gravi. In tutti i casi il nuovo gene e il già noto Fto hanno mostrato di lavorare bene insieme, e di dar luogo a effetti particolarmente negativi.
“Dobbiamo ancora scoprire come funzionano esattamente i due geni – spiegano gli esperti del Wellcome Trust Sanger Institute di Londra - ma questo è un passo fondamentale per capire come intervenire dal punto di vista biologico”. Lo studio ha anche dimostrato che le varianti cattive sono più comuni in chi ha antenati asiatici rispetto agli europei, anche se tra gli inglesi sono presenti in circa il 50% della popolazione. Nel nuovo studio i ricercatori, guidati da Mark McCarthy, hanno visto che i soggetti più sfortunati, portatori delle varianti di entrambi i geni, guadagnano sulla bilancia, in media, ben 3,8 chili in più. Se la cava meglio, ma non troppo, chi presenta solo la variante individuata di recente: per lui, infatti, la bilancia segna “solo” 1,5/2 chili in più. Comunque, anche da solo, l'Mc4r ha mostrato di essere responsabile di almeno due centimetri di giro-vita in più e soprattutto dell'aumento della resistenza all'insulina, da cui consegue il diabete di tipo 2.
''Ovviamente non si può cambiare la predisposizione genetica alle malattie - scrivono gli esperti - ma conoscendo i soggetti a rischio si possono far adottare stili di vita più sani e sviluppare farmaci specifici”.
http://www.tgcom.mediaset.it/tgmagazine/articoli/articolo412136.shtml
IL LATTE MATERNO FA BENE AI BAMBINI E LI RENDE PIU' INTELIGENTI
Roma, 5 mag. (Adnkronos Salute) - Più bravi a scuola e più 'svegli' i bimbi che sono stati allattatati al seno. A confermare una teoria - più volte riproposta dai fautori dell'allattamento naturale - uno dei più vasti studi mai realizzati sull'influenza del latte materno nello sviluppo dell'intelligenza, pubblicato sugli 'Archives of General Psychiatry' di maggio e realizzata dall'équipe diretta da Michael Kramer dell'università canadese McGill di Montréal.
I ricercatori hanno seguito per oltre sei anni, con medici bielorussi di 31 ospedali e cliniche, 14 mila bambini bielorussi. La metà delle madri aveva ricevuto informazioni e sostegno, con un programma ad hoc per l'allattamento esclusivo e prolungato, secondo le indicazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità. L'altra metà aveva ricevuto le cure e le indicazioni fornite abitualmente dalla struttura sanitaria. Nel primo gruppo si è avuta una prevalenza dell'allattamento al seno fino ai 12 mesi.
A distanza di sei anni e mezzo i bambini del primo gruppo, allattati in prevalenza al seno, ottenevano migliori risultati ai test d'intelligenza e avevano voti più alti per lettura e scrittura. Secondo i ricercatori, dunque, se nei Paesi sviluppati la lotta alle infezioni non è più un argomento a favore dell'allattamento materno, utile per rafforzare le difese immunitarie, i benefici per lo sviluppo cognitivo, dimostrati dallo studio, potrebbero servire a convincere le neo mamme a optare per l'allattamento naturale.
I ricercatori hanno seguito per oltre sei anni, con medici bielorussi di 31 ospedali e cliniche, 14 mila bambini bielorussi. La metà delle madri aveva ricevuto informazioni e sostegno, con un programma ad hoc per l'allattamento esclusivo e prolungato, secondo le indicazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità. L'altra metà aveva ricevuto le cure e le indicazioni fornite abitualmente dalla struttura sanitaria. Nel primo gruppo si è avuta una prevalenza dell'allattamento al seno fino ai 12 mesi.
A distanza di sei anni e mezzo i bambini del primo gruppo, allattati in prevalenza al seno, ottenevano migliori risultati ai test d'intelligenza e avevano voti più alti per lettura e scrittura. Secondo i ricercatori, dunque, se nei Paesi sviluppati la lotta alle infezioni non è più un argomento a favore dell'allattamento materno, utile per rafforzare le difese immunitarie, i benefici per lo sviluppo cognitivo, dimostrati dallo studio, potrebbero servire a convincere le neo mamme a optare per l'allattamento naturale.
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giovedì 1 maggio 2008
MENOPAUSA SOFT GRAZIE AL TRIFOGLIO ROSSO
pag. 22 Menopausa soft grazie al trifoglio rosso
vampate di calore, palpitazioni, insonnia, depressione; a combattere gli effetti collaterali della menopausa ora c'è un alleato naturale: il trifoglio rosso. I bioterapici a elevato contenuto di isoflavoni (sostanze vegetali che simulano l'attività degli estrogeni) sembrano infatti in grado di far fronte a problemi più gravi legati alla menopausa - osteoporosi e patologie cardiovascolari - senza avere effetti collaterali. Tanto che un nuovo integratore di fitoestrogeni è a base di estratti di trifoglio rosso, oltre che di calcio e vitamina D3, e uno studio del Dipartimento di Endocrinologia dell'Ospedale St Leonard's (Australia) considera l'ipotesi che a livelli precisi di somministrazione di isoflavoni (57 mg al giorno) corrisponda nelle donne in menopausa un aumento della densità minerale ossea. Inoltre gli isoflavoni del trifoglio rosso modulano l'attività in modo naturale per ridurre colesterolo cattivo e trigliceridi.
A maggio telefonando al numero verde 800.203678 è possibile ricevere gli opuscoli informativi "Trifoglio rosso, una pianta portafortuna e la Menopausa".
Contro l'ipercolesterolemia nelle donne in menopausa c'è anche l'iniziativa "Mese della Donna Pro-Activ": stand medici in otto città nei fine settimana di maggio.
Info. 800.563616 - www.proactiv.it (al. marg.)
http://www.repubblica.it/supplementi/salute/2008/05/01/medicinaassistenzaesanitagrave/022men57822.html
vampate di calore, palpitazioni, insonnia, depressione; a combattere gli effetti collaterali della menopausa ora c'è un alleato naturale: il trifoglio rosso. I bioterapici a elevato contenuto di isoflavoni (sostanze vegetali che simulano l'attività degli estrogeni) sembrano infatti in grado di far fronte a problemi più gravi legati alla menopausa - osteoporosi e patologie cardiovascolari - senza avere effetti collaterali. Tanto che un nuovo integratore di fitoestrogeni è a base di estratti di trifoglio rosso, oltre che di calcio e vitamina D3, e uno studio del Dipartimento di Endocrinologia dell'Ospedale St Leonard's (Australia) considera l'ipotesi che a livelli precisi di somministrazione di isoflavoni (57 mg al giorno) corrisponda nelle donne in menopausa un aumento della densità minerale ossea. Inoltre gli isoflavoni del trifoglio rosso modulano l'attività in modo naturale per ridurre colesterolo cattivo e trigliceridi.
A maggio telefonando al numero verde 800.203678 è possibile ricevere gli opuscoli informativi "Trifoglio rosso, una pianta portafortuna e la Menopausa".
Contro l'ipercolesterolemia nelle donne in menopausa c'è anche l'iniziativa "Mese della Donna Pro-Activ": stand medici in otto città nei fine settimana di maggio.
Info. 800.563616 - www.proactiv.it (al. marg.)
http://www.repubblica.it/supplementi/salute/2008/05/01/medicinaassistenzaesanitagrave/022men57822.html
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